lunedì 28 novembre 2011

MARX: l'alienazione del plusvalore e l'umanesimo del valore-lavoro

Partiamo con una citazione da Il Capitale: “"..Appartenendo la forza produttiva alla forma utile e concreta del lavoro, non può quindi più toccare il lavoro, quando si faccia astrazione dalla sua forma concreta e utile. Quindi in qualunque maniera possa cambiare la forza produttiva , il medesimo lavoro dà sempre, in medesimi spazi di tempi, medesima grandezza di valore..”

Il valore non dipende dal numero di persone impegate, ma dalla quantità di lavoro necessario per produrre la merce in un arco di tempo fissato. Se tu costruisci un palazzo in 2 anni impiegando 5 oppure 10 persone, il valore del palazzo, in entrambi i casi, rimane costante, perché rimane fisso il tempo necessario per costruirlo, e dunque il lavoro necessario. Se sono in 5, faticheranno individualmente di più, se sono in 10, faticheranno individualmente di meno, ma il lavoro complessivo necessario per costruire il palazzo rimane costante. Infatti è come se alla fine, rimanendo costante il tempo, i lavoratori fossero sempre 5 a pieno ritmo, e non 10 che lavorano la metà. Se tu invece costruisci un palazzo in 1 anno, impiegando 5 persone, o in 2 anni impiegando sempre 5 persone, il valore del palazzo diventa diverso: questo perché il lavoro complessivo per costruire il palazzo aumenterà, essendo richiesti tempi più brevi (1 anno) per costruirlo. Infatti nel primo caso, le 5 persone dovranno lavorare il doppio, per cui il valore della merce dipende effettivamente da quest e situazioni. Ecco come gli industriali cercano di aumentare la produttività e quindi i loro profitti: stai lavorando di più, a parità di ore, perché ciò che dovresti fare in 5 ore sei costretto a farlo in 3 ore, 2 ore ecc. Questo lavoro in più non viene retribuito, perché il tuo stipendio rimane uguale. Di conseguenza, questo lavoro in più è una forma di plus-valore che andrà poi a comporre il profitto dell'imprenditore, profitto che andrà di nuovo (per i 2/3) riinvestito per generare altro plus-valore.Quindi il valore di una merce non dipende dal numero dei lavoratori, ma da quanto questi lavoratori effettivamente lavorano nell'arco di tempo stabilito. Se accorci i tempi per fare la stessa cosa, i lavoratori dovranno lavorare di più per farla, e quindi il valore della merce salirà, senza che questo valore aggiunto sia retribuito.Con l'introduzione delle macchine, si necessita dell'assunzione di meno lavoratori, ma questo comporta la necessità di aumentare costantemente la produttività per estrarre il massimo del plusvalore possibile.Es. con 10 operai puoi lavorare 10 ore per estrarre 2 ore di plusvalore, con 5 operai devi farli lavorare 20 ore per estrarre quelle 2 ore di plus valore. Di conseguenza, l'introduzione delle macchine ha messo in seria crisi i profitti, perché ha costretto a aumentare enormemente la produzione per poter ottenere lo stesso plus-valore con un minor numero di operai. L'aumento costante della produzione rende problematica la collocazione della merce, che rimane invenduta. E cosi scoppiano le crisi da sovrapproduzione,che vengono risolte in vari modi ( o aumentando i salari dei lavoratori, o incentivandoli a spendere, a consumare , anche a debito).add: penso che forza produttiva significhi in definitiva forza lavoro, ciò che ti consente di produrre. Più forza produttiva hai a disposizione, più merci puoi produrre in tempi brevi. Quindi la forza produttiva sono le condizioni necessarie alla produzione (i lavoratori e le macchine): maggiore è la forza produttiva, più alte sono le potenzialità di produrre plus-valore. . In definitiva Marx vuole dire che gli oggetti hanno un valore in quanto sono lavoro reificato, oggettivato, e che la forza lavoro staccata dal prodotto del suo lavoro non è portatrice di valore. Ecco perché Marx vuole restituire ai lavoratori i mezzi di produzione: per renderli portatrici del valore, per far si che la loro identità dei lavoratori non sia alienata dal fatto che il loro valore, trasferito nella merce, è alla mercé del Capitale e quindi lontano dalla loro coscienza, da loro stessi. Sono alienati perché gli oggetti contengono valore-lavoro che dovrebbe esser parte dell'identità dei soggetti-lavoratori, ma che non può esser parte dei soggetti-lavoratori proprio a causa della proprietà privata dei mezzi di produzione. La proprietà privata dei mezzi di produzione aliena i lavoratori dal frutto del loro lavoro, e dunque ecco che l'alienazione è la scarsa consapevolezza del valore insito nel proprio lavoro, alienazione che viene continuamente riprodotta nel capitalismo poiché si pongono i lavoratori stessi come merce: il loro valore dipende solo dal mercato, e non dal lavoro stesso.
Per dirla in termini spiccioli: se un cinese fa quello che fai tu a prezzi minori (per la legge della domanda e dell'offerta, viziata dalla creazione dell'esercito industriale di riserva, cioé dei disoccupati), il cinese sarà assunto, e il tuo valore contrattuale sarà sceso al livello del cinese. Il valore-lavoro rimane lo stesso, ma il valore di mercato (molto diverso dal valore-lavoro di cui parla Marx) cambia, per cui c'è una scissione tra valore e lavoro tipica del capitalismo. Infatti gli economisti liberali negano la teoria del plusvalore proprio perché rifiutano la possibilità di esistenza del valore-lavoro. Se accettassero il valore-lavoro, non potrebbero fare più profitti e dovrebbero gettare giù la maschera: il valore di mercato è infatti un valore inferiore al valore-lavoro, ed è il valore di riferimento proprio perché attraverso il meccanismo della concorrenza permette di pagar meno la manodopera salariata ed estrarre plusvalore.

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