domenica 25 settembre 2011

Dialettica del Capitale vs Dialettica della lotta: La dialettica nella tradizione marxista

Che cosa è il marxismo? Come le domande scientifiche sulla natura della luce, cosi anche il marxismo è qualcosa che non si potrà mai definire in maniera esaustiva. Di certo il pensiero dialettico, l'idea di un positivo e di un negativo che interagiscono per dare un risultato storico, è presente. Ma questa dialettica politica, sarà poi la dialettica hegeliana, o qualcosa di diverso? Perché inneffetti che cosa è il marxismo, se non la dottrina politica della lotta tra borghesia e proletariato? Una lotta tra il positivo e il negativo? Questa lotta fra polarità opposte, che non si mescolano, è indice di una sintesi che per Marx avviene nel futuro, e non nel presente (come per Hegel). Per Hegel il negativo è positivo, e viceversa; come nello yin e nello yang i colori nero e bianco in un certo qual modo si attraversano, si compenetrano, dando la realtà. In Marx, e specialmente in Lenin, invece, non esiste una sintesi accettabile nel presente, ma permane la scissione tra gli opposti. La sintesi poi, intesa come il raggiungimento del socialismo, appare come qualcosa di altro rispetto al reale, qualcosa di metafisicamente proiettato nel futuro. La dialettica di Hegel viene stravolta, il presente della sintesi diventa il futuro comunismo paradisiaco di una metafisica che ricorda molto quella cristiana. Il positivo e il negativo, che si compenetrano, diventano qui due opposti in lotta, due irriducibili: impossibile sperare che la loro unione sia la realtà, perché la realtà è ciò che deve venire, cioé la razionalità del comunismo, mentre il presente altro non è che scissione, irrazionalità capitalistica. La storia allora diventa l'orizzonte per scegliere moralmente da che parte stare, se coi buoni (i proletari) o con gli sfruttatori (i borghesi): diventa cioé il pretesto per una teologia morale che si converte in moralismo politico, e poi in autoritarismo.

La crisi del marxismo è la crisi di un modo di vedere il mondo. La crisi è frutto a mio avviso di una dialettica della lotta, che subordina la prassi alla razionalità, per cui la scissione all'interno del partito riflette la scissione che caratterizza l'osservazione che il marxista fa del presente.

Cosa recuperare del Marxismo? Più che del marxismo, sarebbe opportuno rimeditare Marx, che può ancora insegnare molto. Innanzitutto, in Marx, c'è una realtà razionale, presente, e questa realtà sarebbe svelata dalle analisi economiche che Marx fa nel Capitale. Quindi non c'è solamente una prassi politica di lotta, ma c'è una fase di studio davvero dialettico (perché stavolta nell'economia, al contrario che nella politica, le due classi sono unite nel fenomeno economico del capitalismo). Il vero problema del marxismo, è che non ha una scienza economica aggiornata ai tempi odierni, usando il metodo di Marx. Di conseguenza non è capace di impostare una prassi politica razionale, basata cioé sulla realtà (realtà che solo un metodo di indagine economica come quello Marxiano può dare, e non la semplice lotta politica fine a sé stessa e non veramente dialettica, se intendiamo con dialettica qualcosa che ricomprenda i due opposti, cioé la sintesi, il Reale).
Credo che le analisi economiche di Marx fossero davvero dialettiche nel senso Hegeliano del termine, mentre credo che la prassi politica dei marxisti utilizzi una dialettica della lotta molto lontana sia dalla dialettica del capitale che da quella hegeliana: una dialettica che non permette di capire cioé il reale. Da qui, a mio parere, la confusione dei partiti politici marxisti. Alcuni, nella prassi, hanno persino abbandonato la dialettica della lotta (o del reale A VENIRE), ma, invece di dedicarsi allo studio della dialettica del reale PRESENTE (cioé quella di Hegel e del Capitale, per aggiornarne le analisi economiche al tempo odierno), si sono convertiti al gradualismo borghese-riformista, fatto di tatticismi (tipico è il caso dei partiti che vogliono a tutti i costi entrare in parlamento, perché la tattica esige un percorso di avvicinamento GRADUALE al potere). In questo modo si sono preclusi:
a) la possibilità di capire il reale;
b)la possibilità di attuare una dialettica politica della prassi diversa sia dalla dialettica scientifica hegeliana che dalla attuale dialettica politica della lotta (che a mio parere è ormai un'arma ideologica obsoleta, una logica dell'amico/nemico che è superata dai tempi, e di cui antifascismo e antiberlusconismo costituiscono i cadaveri senza vita, mostri incapaci di cambiare davvero la realtà e di dare una risposta ai problemi e alle domande che essa pone oggi).

3 commenti:

  1. Domande molto attuali, in fondo.
    Le segnalo, se può interessare, un tentativo di "rimeditare Marx", come lei suggerisce, con un occhio al presente:

    Il capitalismo divino. Colloquio su denaro, consumo, arte e distruzione, Mimesis, Milano 2011, pp. 160.

    Saluti, nuke

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  2. Credo che leggerò il libro, e poi magari commenterò...grazie per la segnalazione.

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  3. Riguardo al libro: il capitalismo divino. Caro nuke, ho dato una prima occhiata al libro...lo leggerò con maggiore attenzione, ma già ci sono alcune cose che ritengo di dover precisare: credo che occorra distinguere tra lo stato sociale-totalitario fascista tipico del capitalismo irriflessivo e quindi del contemporaneo nostalgico, e il comunitarismo democratico solidale. Il comunitarismo è qualcosa che esiste prima dello stato social-fascista: se nello stato sociale gli individui sono nulla e lo stato assistenziale è tutto, questo è un effetto politico del capitalismo dovuto all'assenza di comunitarismo. Mi spiego meglio: l'avvento del capitalismo è l'avvento della scissione, della frammentazione della comunità, per cui nascono i partiti (Che sono espressione di questa frammentazione di interessi), e per reazione i totalitarismi: lo stato è tutto e l'individuo nulla, oppure lo stato è nulla e l'individuo è tutto. Ma questo è un modo di essere della realtà borghese che non trova verità nella natura dell'uomo, che è un essere prima di tutto individuale e comunitario, in cui gli individui assieme sono comunità solidale (che è sociale a livello più alto) e politica. Ora, il mantenere questa scissione si manifesta a livello politico nella permanenza dell'idea di partito, che è un'idea a mio avviso totalitaria (perché anti-comunitaria, nelle sue varianti individualista-parlamentare e fascista). In conclusione, non credo che il taoismo sia intrinsecamente capitalista (in quanto considero l'armonia dialettica taoistacome un vantaggio, come un evitamento del ripetersi capitalistico-cristiano della scissione, come espressione autentica del comunitarismo), né credo che oggi un cristianesimo (in cui c'è già la scissione assente nelle altre religioni, quella tra Dio onnipotente e uomo peccatore, tra cielo e terra) possa fornire responsabilità individuale utile al rinnovamento politico. Piergiorgio Fenile la Guardia Nessun partito può assicurare la democrazia, perché la forma partito è in sé totalitaria, è un'idea contro le altre. Il partito è l'espressione della scissione, che si accompagna al processo di frammentazione delle comunità dovuto allo sviluppo del capitalismo. Penso che attaccare il taoismo significhi perpetrare la scissione, che invece dovrebbe essere attaccata. Forse Hegel ha attaccato la scissione soltanto col pensiero, e non nella realtà materiale, economica, come ha iniziato a fare Marx.Però fondamentalmente lo scopo di Hegel era condivisibile, e non ideologico, a mio parere. Ritengo che un certo post-modernismo, identificando la comunità con lo stato totalitario-sociale, faccia il gioco del capitale.

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