link al metodo: http://piergiorgioblog.blogspot.com/2011/12/la-versione-definitiva-del-metodo-di.html versione 3
http://piergiorgioblog.blogspot.com/2011/06/metodo-di-autoanalisi-psicologica.html
versione 1
Alle volte mi capita di fare autoanalisi per iscritto (usando la versione 1). Mi rendo conto che quello che mi viene in mente di scrivere è perfettamente assurdo, o volgare, o eccessivo, sproporzionato rispetto alla realtà dell'evento. Oppure mi sembra di ripetere le parole di qualcun altro mentre scrivo. Non è importante tutto questo. La cosa importante è scrivere, permettere all'inconscio di parlare attraverso il non senso. Lacan dice che gli strumenti linguistici dell'inconscio sono la metafora e la metonimia. Al nostro Io ciò che scriviamo pare assurdo, allo
stesso modo in cui sembrerebbe assurda la frase, qualora la leggessimo letteralmente:
Accarezzo la tua notte (anziché accarezzo i tuoi capelli neri come la notte)
oppure la frase
Bevo un bicchiere.
La cosa difficile, nel fare autoanalisi, è ascoltare e parlare contemporaneamente.
Ma se l'ascolto è proprio suscitare il desiderio di parlare nell'altro, allora è vero che quando scriviamo, è perché qualcosa ci ha ascoltato, qualcosa ha suscitato in noi il desiderio di parlare.
I metodi di autoanalisi che ho ideato, funzionano nella misura in cui la persona parla, si racconta.
Questo desiderio di raccontarsi, può essere già presente nella persona (altrimenti non scaricherebbe il metodo di autoanalisi), ma spesso non viene alimentato, e dopo un po' l'Io prende il sopravvento (=la persona cessa di autoanalizzarsi). Ecco perché sto pensando a come aggiornare il metodo, inserendo dei "liberatori di desiderio", che stimolino la persona a parlare dopo aver fatto emergere il desiderio dell'inconscio di esprimersi (desiderio che l'Io impedisce di rendere cosciente). L'io non ostacola solo il parlare del soggetto inconscio. L'io ostacola anche il desiderio di parlare del soggetto inconscio, evitando che la persona senta consciamente questo desiderio.
I "liberatori di desiderio" dovrebbero far si che la persona non ascolti più il discorso dell'Io "non voglio parlare", ma ascolti il desiderio dell'inconscio di parlare. Una volta che la persona prende coscienza di questo desiderio, può inizare ad associare liberamente.
PLG
piergiorgio's blog
Di PIERGIORGIO LA GUARDIA E' un blog di personali riflessioni, che riguardano principalmente la filosofia, la psicoanalisi, l'attualità, la politica, la società. Manifesto: colidedico BLOG TRANSLATION---> TRANSLATE.GOOGLE.COM
lunedì 12 marzo 2012
DISCORSO SUL MIO METODO DI AUTOANALISI PSICOANALITICA
link al metodo:
versione 3
http://piergiorgioblog.blogspot.com/2011/12/la-versione-definitiva-del-metodo-di.html
versione 1
http://piergiorgioblog.blogspot.com/2011/06/metodo-di-autoanalisi-psicologica.html
Ho fatto diversi sogni, ho seguito scrupolosamente i metodi di autoanalisi da me ideati...
Ho anche cercato di interpretare il simbolismo dei miei sogni ( aiutandomi con le libere associazioni e, talvolta, consultando dizionari di freudiani rigorosi come dictionary of dream interpretation di Gerald Schoenewolf, o libri come quello di Gutheil), e l'interpretazione in chiave sessuale-freudiana non mi ha mai tradito, sebbene non sia l'unica (un sogno può racchiudere molti messaggi, e quindi molti significati).
Ci sono dei momenti in cui l'interpretazione classica sembra essere un'intellettualizzazione. Non importa. Occorre interpretarlo, anche se sembra non darti niente sul momento, non risolverti alcun problema. Possono passare mesi, o anni, e ad un certo punto ti rendi conto di come quello che hai interpretato ti interessi nel profondo, coinvolga aspetti importanti di te, e della tua vita. A un certo punto, qualcuno parla di te, dice qualcosa su di te, e tu ti senti capito: ti senti capito, perché ti accorgi che quello che questa persona dice di te oggi, tu l'avevi scoperto mesi e mesi fa, interpretando un tuo sogno. Ma al tuo sogno, e all'interpretazione che gli avevi dato, non avevi creduto. Avevi detto: "se il sogno lo faccio io, e lo interpreto da solo, l'interpretazione non può essere oggettiva". Ecco, questo è l'errore madornale: non fidarsi dei propri sogni e della propria interpretazione dei sogni. Con le opportune letture di psicoanalisi, è possibile riconoscere nei propri sogni i propri complessi. L'altro può solo darti il coraggio di riconoscere e accettare il significato del tuo sogno, ma l'interpretazione parte sempre dal soggetto inconscio. Per dirla con Lacan: "è l'inconscio che interpreta", non l'analista, né l'Io della persona. L'io può solo aver paura del discorso dell'inconscio, cioé dell'interpretazione data al sogno, e allora la persona non ascolta più i propri sogni, non si sforza più di interpretarli: è qui che entra in gioco il desiderio dell'altro, il desiderio dell'analista. L'analista contribuisce a creare una relazione profonda che produce nell'altro il desiderio di conoscere il soggetto dell'inconscio, una relazione che abbatte le difese dell'Io.
Ritornando a quella persona che ha detto una cosa su di me: se io non avessi fatto il sogno mesi prima e non lo avessi interpretato, non avrei mai potuto riconoscere la verità di ciò che questa persona aveva detto, e avrei saputo molto meno su me stesso. L'avrei considerata l'opinione senza prove di una persona esterna, e forse mi sarei irritato (difese dell'Io), senza sapere perché. Le interpretazioni date da un altro, non sono valide quando non sono convalidate dal materiale inconscio (sogni, libere associazioni) portato dal soggetto in analisi: non importa che siano vere, la persona non può riconoscerle come vere, se non è in grado da sola di far parlare e di ascoltare il proprio inconscio. Infatti nella psicoanalisi, l'obiettivo è far si che l'analizzato interpreti sempre più in maniera autonoma le proprie libere associazioni, senza aver bisogno del sapere dell'analista. Quindi non possiamo noi intepretare i sogni di un altro: è l'inconscio dell'altro che interpreta, e noi non possiamo che condividere ciò che l'inconscio dell'altro ci dice. L'interpretazione è del soggetto dell'inconscio, ma è oggettiva, in quanto è possibile anche per una persona terza diversa dal soggetto in analisi riconoscerla come valida (come è capitato nel mio caso, in cui la persona che ha parlato di me non era neppure a conoscenza del mio sogno e del suo contenuto, eppure ci ha preso in pieno !).
Lo scopo di colui che ascolta l'altro, non è quello di fornirgli un'interpretazione definitiva di ciò che dice...lo scopo di colui che ascolta, è aprire l'altro al desiderio di ascoltare il proprio inconscio. Questo è il motivo per cui l'analista non deve interpretare, ma indurre nell'altro domande. Il domandarsi porta all'emergere del desiderio inconscio: l'inconscio parla il suo desiderio, è strutturato come un linguaggio. Decifrare il significato di ciò che l'inconscio dice è importante, ma molto più importante è farlo parlare. Ecco perché l'interpretazione deve occupare una parte ridottissima rispetto alla libera associazione e deve basarsi sul materiale prodotto dall'inconscio. In altre parole: non bisogna vedere l'interpretazione come fine dell'analisi. Questo significherebbe infatti soddisfare le esigenze dell'Io, e ammutolire di nuovo l'inconscio. L'obiettivo è dare la parola all'inconscio, al discorso del soggetto inconscio, ovvero abbandonare qualsiasi obiettivo cosciente, qualsiasi gratificazione dell'Io, mentre si fa autoanalisi o psicoanalisi. Associare liberamente, leggere i propri sogni, significa dare spazio al discorso del soggetto inconscio: ma l'Io ostacolerà sempre questo spazio psicoanalitico. E' soltanto il desiderio dell'analista che può alimentare questa scoperta. Io probabilmente, stando (seppur per un tempo relativamente breve) in analisi con un analista, ho saputo far mio il suo desiderio di conoscere. E' per questo che analizzare i miei sogni mi riesce leggermente più facile rispetto a chi non sia mai stato analizzato. Questo cosa vuol dire? Che so tutto del mio inconscio, che ho un sapere? Assolutamente no! Significa soltanto che ho degli strumenti per provare ad ascoltarlo. L'inconscio non è qualcosa che si possa strutturare come un sapere definitivo, non è qualcosa che si possa racchiudere in un recinto.
PLG, Piergiorgio La Guardia (la maggior parte delle volte mi scordo di firmarmi alla fine dei post, ma comunque sono tutti scritti da me quelli pubblicati finora)
versione 3
http://piergiorgioblog.blogspot.com/2011/12/la-versione-definitiva-del-metodo-di.html
versione 1
http://piergiorgioblog.blogspot.com/2011/06/metodo-di-autoanalisi-psicologica.html
Ho fatto diversi sogni, ho seguito scrupolosamente i metodi di autoanalisi da me ideati...
Ho anche cercato di interpretare il simbolismo dei miei sogni ( aiutandomi con le libere associazioni e, talvolta, consultando dizionari di freudiani rigorosi come dictionary of dream interpretation di Gerald Schoenewolf, o libri come quello di Gutheil), e l'interpretazione in chiave sessuale-freudiana non mi ha mai tradito, sebbene non sia l'unica (un sogno può racchiudere molti messaggi, e quindi molti significati).
Ci sono dei momenti in cui l'interpretazione classica sembra essere un'intellettualizzazione. Non importa. Occorre interpretarlo, anche se sembra non darti niente sul momento, non risolverti alcun problema. Possono passare mesi, o anni, e ad un certo punto ti rendi conto di come quello che hai interpretato ti interessi nel profondo, coinvolga aspetti importanti di te, e della tua vita. A un certo punto, qualcuno parla di te, dice qualcosa su di te, e tu ti senti capito: ti senti capito, perché ti accorgi che quello che questa persona dice di te oggi, tu l'avevi scoperto mesi e mesi fa, interpretando un tuo sogno. Ma al tuo sogno, e all'interpretazione che gli avevi dato, non avevi creduto. Avevi detto: "se il sogno lo faccio io, e lo interpreto da solo, l'interpretazione non può essere oggettiva". Ecco, questo è l'errore madornale: non fidarsi dei propri sogni e della propria interpretazione dei sogni. Con le opportune letture di psicoanalisi, è possibile riconoscere nei propri sogni i propri complessi. L'altro può solo darti il coraggio di riconoscere e accettare il significato del tuo sogno, ma l'interpretazione parte sempre dal soggetto inconscio. Per dirla con Lacan: "è l'inconscio che interpreta", non l'analista, né l'Io della persona. L'io può solo aver paura del discorso dell'inconscio, cioé dell'interpretazione data al sogno, e allora la persona non ascolta più i propri sogni, non si sforza più di interpretarli: è qui che entra in gioco il desiderio dell'altro, il desiderio dell'analista. L'analista contribuisce a creare una relazione profonda che produce nell'altro il desiderio di conoscere il soggetto dell'inconscio, una relazione che abbatte le difese dell'Io.
Ritornando a quella persona che ha detto una cosa su di me: se io non avessi fatto il sogno mesi prima e non lo avessi interpretato, non avrei mai potuto riconoscere la verità di ciò che questa persona aveva detto, e avrei saputo molto meno su me stesso. L'avrei considerata l'opinione senza prove di una persona esterna, e forse mi sarei irritato (difese dell'Io), senza sapere perché. Le interpretazioni date da un altro, non sono valide quando non sono convalidate dal materiale inconscio (sogni, libere associazioni) portato dal soggetto in analisi: non importa che siano vere, la persona non può riconoscerle come vere, se non è in grado da sola di far parlare e di ascoltare il proprio inconscio. Infatti nella psicoanalisi, l'obiettivo è far si che l'analizzato interpreti sempre più in maniera autonoma le proprie libere associazioni, senza aver bisogno del sapere dell'analista. Quindi non possiamo noi intepretare i sogni di un altro: è l'inconscio dell'altro che interpreta, e noi non possiamo che condividere ciò che l'inconscio dell'altro ci dice. L'interpretazione è del soggetto dell'inconscio, ma è oggettiva, in quanto è possibile anche per una persona terza diversa dal soggetto in analisi riconoscerla come valida (come è capitato nel mio caso, in cui la persona che ha parlato di me non era neppure a conoscenza del mio sogno e del suo contenuto, eppure ci ha preso in pieno !).
Lo scopo di colui che ascolta l'altro, non è quello di fornirgli un'interpretazione definitiva di ciò che dice...lo scopo di colui che ascolta, è aprire l'altro al desiderio di ascoltare il proprio inconscio. Questo è il motivo per cui l'analista non deve interpretare, ma indurre nell'altro domande. Il domandarsi porta all'emergere del desiderio inconscio: l'inconscio parla il suo desiderio, è strutturato come un linguaggio. Decifrare il significato di ciò che l'inconscio dice è importante, ma molto più importante è farlo parlare. Ecco perché l'interpretazione deve occupare una parte ridottissima rispetto alla libera associazione e deve basarsi sul materiale prodotto dall'inconscio. In altre parole: non bisogna vedere l'interpretazione come fine dell'analisi. Questo significherebbe infatti soddisfare le esigenze dell'Io, e ammutolire di nuovo l'inconscio. L'obiettivo è dare la parola all'inconscio, al discorso del soggetto inconscio, ovvero abbandonare qualsiasi obiettivo cosciente, qualsiasi gratificazione dell'Io, mentre si fa autoanalisi o psicoanalisi. Associare liberamente, leggere i propri sogni, significa dare spazio al discorso del soggetto inconscio: ma l'Io ostacolerà sempre questo spazio psicoanalitico. E' soltanto il desiderio dell'analista che può alimentare questa scoperta. Io probabilmente, stando (seppur per un tempo relativamente breve) in analisi con un analista, ho saputo far mio il suo desiderio di conoscere. E' per questo che analizzare i miei sogni mi riesce leggermente più facile rispetto a chi non sia mai stato analizzato. Questo cosa vuol dire? Che so tutto del mio inconscio, che ho un sapere? Assolutamente no! Significa soltanto che ho degli strumenti per provare ad ascoltarlo. L'inconscio non è qualcosa che si possa strutturare come un sapere definitivo, non è qualcosa che si possa racchiudere in un recinto.
PLG, Piergiorgio La Guardia (la maggior parte delle volte mi scordo di firmarmi alla fine dei post, ma comunque sono tutti scritti da me quelli pubblicati finora)
giovedì 1 marzo 2012
L’IDEOLOGIA : COME CERCARLA TRA LE RIGHE DI UN TESTO DI SLAVOJ ZIZEK. USI E ABUSI DELLO STRUTTURALISMO
Il testo che analizziamo oggi è di Slavoj Zizek, leggetelo pure qui:
Queste sono le riflessioni che ho fatto su questo testo:
La teoria non è mai disgiunta dalla prassi...lui descrive in sostanza le proteste attuali affermando che siano proteste piccolo borghesi.
Poi afferma che il capitalismo non riesca a gestire questa forbice di crescente proletarizzazione....per cui se vogliamo che il capitalismo ceda il passo, occorre incentivare la proletarizzazione (affermazione implicita). Io non sono d'accordo con questo passo implicito, che sembra rispondere più al desiderio del capitalismo che a un desiderio di giustizia sociale...mentre l'analisi può essere condivisibile, sono le conseguenze che lui ricava (la prassi rivoluzionaria) ad essere inesistente, quando non sia addirittura conservatrice. E' la prassi ideologica dell'attesa, dell'automatismo che dovrebbe portare da solo il cambiamento. Ma non si può ragionare solo in termini di struttura, cosi si ripudia Hegel (cosa che alcuni strutturalisti, come ad esempio Lacan, hanno intelligentemente evitato di fare). In questo articolo Zizek si dimostra a mio parere un intellettuale borghese...qualsiasi teoria che non contiene una prassi rivoluzionaria, per quanto vera, non incide nella storia.
A un certo punto dice più o meno che l'invidia nasce solo se crediamo che l'altro abbia meritatamente raggiunto un traguardo che noi non abbiamo raggiunto. Però Zizek con la sua adorabile ricerca del vero, afferma che non esista meritocrazia nel capitalismo. Questo lo porta a implicitamente bloccare l'invidia e la ribellione. Non so se mi spiego. L'intellettuale può teoricamente dire cose giuste, ma poi queste cose che sembrano giuste possono avere dei risvolti sulla prassi conservatori o meno. E' questo che critico .... Ci sarebbero altri esempi di affermazioni di Zizek che si rivelano conservatrici dal punto di vista della prassi, questo qui è solo un esempio per far capire come analizzo il testo. Esplicitamente sembra contro il capitalismo, mentre inconsciamente la sua teoria non fa che rafforzarlo. L'inconscio lo tradisce proprio mentre lui esplicitamente cerca di negarlo!
Ora proviamo a formalizzare il ragionamento.
A=valori-desideri espliciti della persona: non sono mai disgiunti dalla prassi.
B=fatto, osservazione empirica
C= costruzione teorica scientifica basata sull’osservazione empirica oppure credenza personale
ascientifica , a seconda che tra B e C esista o meno una relazione necessaria.
Y= prassi, è legata ad A ed è politica se tra B e C non c’è una relazione necessaria, altrimenti è scientifica.
Se Y contraddice A, ciò è dovuto a una relazione necessaria fra B e C (motivazione scientifica) oppure a una credenza.
Se C è una credenza e A e Y si accordano, allora C rimane credenza. Se invece C non è scientifica, ma A e Y non si accordano, allora C non è una credenza ma è un’ideologia, e i valori del soggetto potrebbero non essere i valori esplicitati in A.
Facciamo 3 esempi:
esempio 1
Zizek
A= il capitalismo vorrei non ci fosse, serve una prassi per
superarlo
B= fatto_ nel capitalismo spesso non c’è
meritocrazia ( si veda l’articolo sopra in cui afferma questo)
C= non c’è meritocrazia, dunque non c’è
invidia né ribellione
Y=non posso ribellarmi
In questo caso Y contraddice con A, ma da
B non discende necessariamente C (non c’è alcuna dimostrazione che da B
discenda C). Di solito l’ideologo di professione risponde dicendo che il
capitalismo evolverà da solo, finirà da solo in preda alle sue contraddizioni;
dirà che la coscienza umana non c’entra niente con il cambiamento, perché noi
siamo prigionieri della “struttura”. In questo modo l’individuo devolve la sua
prassi Y a una fantomatica struttura che dovrebbe evolvere da sola! A cosa
serve questo espediente? A mettere pace tra A e Y: a negare cioè che si abbiano
nella prassi Y valori diversi da quelli esplicitati. Un po’ come quello che
afferma di essere contro il furto, poi
nella prassi ruba e dice: “ non posso far l’eroe, ribellarmi a un
sistema corrotto, il sistema è cosi”. Solo che almeno in quest’ultimo caso c’è
un riconoscimento della prassi personale, cosa che invece nell’articolo di Zizek è del tutto assente,
come del resto la responsabilità. Non sono affatto contro lo strutturalismo
(quando lo si usa bene), ma contro il suo uso ideologico…per esempio,
considerare il capitalismo come potere unico, come struttura monolitica (come
appare in questo articolo), anziché fare un’analisi del micropotere, è già una
deformazione delle intenzioni dello strutturalismo.
esempio 2
A=desidero andare a trovare mia suocera, vado a prendere la macchina (Y)
B i tergicristalli non si azionano ma non sta piovendo
C se i tergicristalli non funzionano non posso andare dalla suocera
C è una credenza perché non c'è alcuna dimostrazione scientifica che leghi B a C.
Di solito, come insegna anche Freud, in questi casi ci sono dei dubbi che A sia il vero desiderio della persona.
esempio 3:
A come sopra
B la gomma è forata e i gommisti sono chiusi
C non posso andare da mia suocera se la gomma è bucata
Y non vado da mia suocera
In questo caso la contraddizione fra A e Y (cioé tra desiderio e comportamento) è basata su un dato reale, scientifico (la relazione necessaria tra B e C è cosi evidente che non ha bisogno di dimostrazione). In una psicoanalisi, però, ciò non è sufficiente per giustificare la veridicità di A. Infatti bisogna guardare il contesto in cui è maturata la svista di non vedere già nei giorni precedenti che la gomma era bucata, e sapere se la visita dalla suocera in quel momento era già stata fissata!
PLG
IL DESIDERIO, LA CREDENZA, L'IDEOLOGIA
Ogni desiderio è desiderio di godimento illimitato, di felicità D. Il desiderio è energia che aspetta di essere scaricata.
La vita è la realizzazione del godimento limitato, di piccoli rilasci di energia. Questi rilasci sono veicolati dalla prassi umana (Y) basata su credenze C. Sia C che Y contengono l'oggetto O, di cui parliamo avanti.
Es.
D =desiderio di godimento illimitato.
C =se divento ricco, sarò felice (= godimento illimitato D ). Con la credenza viene introdotto l'oggetto O (=soldi), che produce
la prassi Y
Y= giocherò al superenalotto
Ora, bisogna notare che in questo ragionamento ci sono due errori: uno nella credenza e uno nella prassi. Nella credenza l'errore è l'assunzione che un oggetto O possa produrre un godimento illimitato (è l'ideologia della pubblicità). Nella prassi Y, l'errore sta nel fatto che questa prassi non è il modo migliore per fare soldi (spesso si perde al superenalotto, meglio cercarsi un lavoro!).
Quindi parliamo di errori della persona quando sia errata la prassi, e di ideologia quando C contiene promesse di godimento illimitato (si pensi alla teoria religiosa del paradiso!).
Un equilibrio viene raggiunto quando l'individuo ha delle credenze che implicano un oggetto O e una promessa di godimento limitato. Infatti il detto dice: "la gioia sta nelle piccole cose".
Fare appello al desiderio D (=desiderio di godimento illimitato), come avviene nella società dei consumi, è disonesto, falso e frustrante.
Soddisfare completamente il proprio desiderio D è impossibile, in quanto sono proprio le credenze che lo limitano, dando al desiderio D una meta, l'oggetto del godimento O. Le credenze costruiscono l'oggetto O (perché senza oggetto non c'è scarica), e nello stesso tempo l'oggetto è limitato dal linguaggio della credenza. Il linguaggio è ciò che costruisce l'oggetto simbolico O del godimento, e lo costruisce in senso limitato... i primitivi non erano vittime del linguaggio, per cui l'oggetto O non era parte del simbolico, ma del reale (ciò che non si può esprimere a parole), cosa che permetteva ai primitivi di non soffrire la "mancanza". La mancanza nasce col linguaggio e con l'oggetto simbolico O, un oggetto partorito dal linguaggio, che permette al soggetto di prendere coscienza della propria mancanza a godere, della limitatezza del godimento rispetto a D.
Le credenze dunque sono indispensabili alla ricerca del godimento limitato. Le credenze possono nascere da identificazioni con le credenze dell'altro ( i genitori, i compagni, il partito, i media). Quando una credenza è nevrotica (es. per gioire devi mutilarti, castrarti), il godimento si produce nell'oggetto-sintomo. Nel sintomo, il godimento dovuto al piacere della scarica è inconscio, mentre è conscio solo il dolore. Eppure, la persona rimarrà sorpresa del fatto che alla base di questo dolore c'è una ricerca del godimento. Ricerca che avviene nel dolore per colpa di credenze nevrotiche che lo rendono conscio. Il godimento del dolore è qualcosa che viene mascherato, di cui ci si vergogna, perché non si riesce a credere all'illogicità della credenza nevrotica e nello stesso tempo l'investimento libidico su di essa è troppo grande perché venga abbandonata.
Compito della psicoanalisi a mio parere è permettere all'individuo di identificare le credenze che consciamente non accetta ma inconsciamente abbraccia, e permettergli di produrre nuove credenze direzionando la libido del soggetto su nuovi oggetti O e nuove credenze C, più sane. Infatti alla base di una prassi sintomatica (Y), come è nel caso del gioco compulsivo, si nasconde una credenza inconscia C, erronea. E' lo stesso errore della compulsione a ripetere, per cui si spera che ciò che nel passato non ha funzionato, stavolta funzioni (promessa errata!).
PLG
La vita è la realizzazione del godimento limitato, di piccoli rilasci di energia. Questi rilasci sono veicolati dalla prassi umana (Y) basata su credenze C. Sia C che Y contengono l'oggetto O, di cui parliamo avanti.
Es.
D =desiderio di godimento illimitato.
C =se divento ricco, sarò felice (= godimento illimitato D ). Con la credenza viene introdotto l'oggetto O (=soldi), che produce
la prassi Y
Y= giocherò al superenalotto
Ora, bisogna notare che in questo ragionamento ci sono due errori: uno nella credenza e uno nella prassi. Nella credenza l'errore è l'assunzione che un oggetto O possa produrre un godimento illimitato (è l'ideologia della pubblicità). Nella prassi Y, l'errore sta nel fatto che questa prassi non è il modo migliore per fare soldi (spesso si perde al superenalotto, meglio cercarsi un lavoro!).
Quindi parliamo di errori della persona quando sia errata la prassi, e di ideologia quando C contiene promesse di godimento illimitato (si pensi alla teoria religiosa del paradiso!).
Un equilibrio viene raggiunto quando l'individuo ha delle credenze che implicano un oggetto O e una promessa di godimento limitato. Infatti il detto dice: "la gioia sta nelle piccole cose".
Fare appello al desiderio D (=desiderio di godimento illimitato), come avviene nella società dei consumi, è disonesto, falso e frustrante.
Soddisfare completamente il proprio desiderio D è impossibile, in quanto sono proprio le credenze che lo limitano, dando al desiderio D una meta, l'oggetto del godimento O. Le credenze costruiscono l'oggetto O (perché senza oggetto non c'è scarica), e nello stesso tempo l'oggetto è limitato dal linguaggio della credenza. Il linguaggio è ciò che costruisce l'oggetto simbolico O del godimento, e lo costruisce in senso limitato... i primitivi non erano vittime del linguaggio, per cui l'oggetto O non era parte del simbolico, ma del reale (ciò che non si può esprimere a parole), cosa che permetteva ai primitivi di non soffrire la "mancanza". La mancanza nasce col linguaggio e con l'oggetto simbolico O, un oggetto partorito dal linguaggio, che permette al soggetto di prendere coscienza della propria mancanza a godere, della limitatezza del godimento rispetto a D.
Le credenze dunque sono indispensabili alla ricerca del godimento limitato. Le credenze possono nascere da identificazioni con le credenze dell'altro ( i genitori, i compagni, il partito, i media). Quando una credenza è nevrotica (es. per gioire devi mutilarti, castrarti), il godimento si produce nell'oggetto-sintomo. Nel sintomo, il godimento dovuto al piacere della scarica è inconscio, mentre è conscio solo il dolore. Eppure, la persona rimarrà sorpresa del fatto che alla base di questo dolore c'è una ricerca del godimento. Ricerca che avviene nel dolore per colpa di credenze nevrotiche che lo rendono conscio. Il godimento del dolore è qualcosa che viene mascherato, di cui ci si vergogna, perché non si riesce a credere all'illogicità della credenza nevrotica e nello stesso tempo l'investimento libidico su di essa è troppo grande perché venga abbandonata.
Compito della psicoanalisi a mio parere è permettere all'individuo di identificare le credenze che consciamente non accetta ma inconsciamente abbraccia, e permettergli di produrre nuove credenze direzionando la libido del soggetto su nuovi oggetti O e nuove credenze C, più sane. Infatti alla base di una prassi sintomatica (Y), come è nel caso del gioco compulsivo, si nasconde una credenza inconscia C, erronea. E' lo stesso errore della compulsione a ripetere, per cui si spera che ciò che nel passato non ha funzionato, stavolta funzioni (promessa errata!).
PLG
mercoledì 15 febbraio 2012
Il godimento e il potere
Il fallo, può essere inteso in senso lacaniano, come ciò che può tutto, è onnipotente, e pone dei limiti agli altri.
Oppure può essere inteso nel senso di Bergeret, come espressione simbolica di ciò che fa percepire alla persona la propria identità, il proprio valore, le proprie capacità. Dal suo libro Psicologia patologica: " il fallo sarebbe anche una rappresentazione che lo renderebbe assimilabile al narcisismo esistenziale o, in altri termini, al sentimento della propria identità, integrando tanto l'identità sessuata che l'identità tout court. In qusto senso tutte le donne, e tutti gli uomini, hanno evidentemente il diritto naturale di possedere un fallo simbolico. Il fatto che i secondi come le prime possano sentirsene spossessati ci riporta nel dominio della patologia, quella di nuovo del narcisismo e della depressione."
Nei media, il fallo (nella seconda accezione), è nella donna il corpo-oggetto. La donna si identifica col corpo. Più è bello il corpo, più la donna è fallica, capace, di successo. Ma capace di cosa? Di provocare il godimento dell'altro.
Ecco che allora la misura della propria autostima diventa il godimento dell'altro, in una spirale di fragilità narcisistica senza fine. Fragilità che è indotta dalla scarsa presenza nei media di elementi positivi con cui la donna possa identificarsi, senza rimandare al godimento dell'altro, ma focalizzandosi sul proprio godimento. La stessa cosa vale per l'uomo: il fallo si identifica nella società di oggi con la ricchezza. Un uomo povero è un uomo che ha un pene piccolo, un castrato. Le donne, si dice, sono attratte dall'uomo ricco: vediamo qui all'opera un nuovo "discorso del padrone", di cui stavolta è vittima l'uomo. Se non sei ricco, se non fai come ti dice la donna immaginaria, non hai valore, non servi, non sei buono: il discorso del padrone. Ancora una volta l'adesione al discorso del padrone, comporta il rinnegamento del proprio godimento, per trovare un briciolo di identità (di conferma del proprio fallo) nel tentare disperatamente di suscitare il godimento dell'altro.
Ma la domanda è : come si arriva a una fragilità narcisistica tale, da aver bisogno di dover suscitare il godimento, l'apprezzamento dell'altro (aderendo al suo discorso e rinnegando il proprio), per avere un briciolo di autostima? La risposta è che il potere si è sempre basato su un discorso del padrone che si centrava sul godimento dell'altro, su un rinnegamento del proprio godimento. Prima però, questo rinnegamento era fornito da identificazioni "negative" ( la coscienza morale derivante dal padre autoritario). Oggi invece, si assiste a una carenza di identificazioni (a causa della crisi delle istituzioni, famiglia, scuola, stato, società), per cui, anziché rimpiazzare esempi repressivi con esempi postivi (in fin dei conti anche gli dei, i miti, l'ethos delle comunità, contenevano tutti esempi positivi capaci di focalizzarsi sul godimento del soggetto al di la del discorso del padrone), si lascia la persona nel vuoto narcisistico. La persona non ha identificazioni, non è autonoma, non riesce a costruire una propria forte identità perché le istituzioni non ci sono più, hanno perso la loro funzione, sostituite dal grande mercato globale. A questo punto il bisogno narcisistico si fa più forte, la persona si fa più dipendente (ecco perché dipendenze di ogni tipo sono in continuo aumento) , si fa più forte il vuoto: la persona ha bisogno di qualcosa di esteriore, vuole raggiungere l'apprezzamento dell'altro attraverso la ricerca di beni esteriori. Se avesse tutti i beni del mondo, esaudirebbe il desiderio del padrone, facendolo godere, e riuscirebbe a non dover più sentire il suo vuoto. Ma a quel punto il padrone continuerebbe a inseguirlo, e lui continuerebbe ad ascoltarlo, per fuggire il suo vuoto, la sua carenza di identificazioni. La persona pensa che fuggire il suo vuoto narcisistico (anziché cercare delle identificazioni positive, cioé esempi di vita in cui il proprio godimento è ascoltato) sia il vero godimento : in realtà, cosi facendo, cerca il godimento del padrone per una momentanea sensazione di appagamento, di forza, che è molto lontana dal proprio reale godimento.
Oppure può essere inteso nel senso di Bergeret, come espressione simbolica di ciò che fa percepire alla persona la propria identità, il proprio valore, le proprie capacità. Dal suo libro Psicologia patologica: " il fallo sarebbe anche una rappresentazione che lo renderebbe assimilabile al narcisismo esistenziale o, in altri termini, al sentimento della propria identità, integrando tanto l'identità sessuata che l'identità tout court. In qusto senso tutte le donne, e tutti gli uomini, hanno evidentemente il diritto naturale di possedere un fallo simbolico. Il fatto che i secondi come le prime possano sentirsene spossessati ci riporta nel dominio della patologia, quella di nuovo del narcisismo e della depressione."
Nei media, il fallo (nella seconda accezione), è nella donna il corpo-oggetto. La donna si identifica col corpo. Più è bello il corpo, più la donna è fallica, capace, di successo. Ma capace di cosa? Di provocare il godimento dell'altro.
Ecco che allora la misura della propria autostima diventa il godimento dell'altro, in una spirale di fragilità narcisistica senza fine. Fragilità che è indotta dalla scarsa presenza nei media di elementi positivi con cui la donna possa identificarsi, senza rimandare al godimento dell'altro, ma focalizzandosi sul proprio godimento. La stessa cosa vale per l'uomo: il fallo si identifica nella società di oggi con la ricchezza. Un uomo povero è un uomo che ha un pene piccolo, un castrato. Le donne, si dice, sono attratte dall'uomo ricco: vediamo qui all'opera un nuovo "discorso del padrone", di cui stavolta è vittima l'uomo. Se non sei ricco, se non fai come ti dice la donna immaginaria, non hai valore, non servi, non sei buono: il discorso del padrone. Ancora una volta l'adesione al discorso del padrone, comporta il rinnegamento del proprio godimento, per trovare un briciolo di identità (di conferma del proprio fallo) nel tentare disperatamente di suscitare il godimento dell'altro.
Ma la domanda è : come si arriva a una fragilità narcisistica tale, da aver bisogno di dover suscitare il godimento, l'apprezzamento dell'altro (aderendo al suo discorso e rinnegando il proprio), per avere un briciolo di autostima? La risposta è che il potere si è sempre basato su un discorso del padrone che si centrava sul godimento dell'altro, su un rinnegamento del proprio godimento. Prima però, questo rinnegamento era fornito da identificazioni "negative" ( la coscienza morale derivante dal padre autoritario). Oggi invece, si assiste a una carenza di identificazioni (a causa della crisi delle istituzioni, famiglia, scuola, stato, società), per cui, anziché rimpiazzare esempi repressivi con esempi postivi (in fin dei conti anche gli dei, i miti, l'ethos delle comunità, contenevano tutti esempi positivi capaci di focalizzarsi sul godimento del soggetto al di la del discorso del padrone), si lascia la persona nel vuoto narcisistico. La persona non ha identificazioni, non è autonoma, non riesce a costruire una propria forte identità perché le istituzioni non ci sono più, hanno perso la loro funzione, sostituite dal grande mercato globale. A questo punto il bisogno narcisistico si fa più forte, la persona si fa più dipendente (ecco perché dipendenze di ogni tipo sono in continuo aumento) , si fa più forte il vuoto: la persona ha bisogno di qualcosa di esteriore, vuole raggiungere l'apprezzamento dell'altro attraverso la ricerca di beni esteriori. Se avesse tutti i beni del mondo, esaudirebbe il desiderio del padrone, facendolo godere, e riuscirebbe a non dover più sentire il suo vuoto. Ma a quel punto il padrone continuerebbe a inseguirlo, e lui continuerebbe ad ascoltarlo, per fuggire il suo vuoto, la sua carenza di identificazioni. La persona pensa che fuggire il suo vuoto narcisistico (anziché cercare delle identificazioni positive, cioé esempi di vita in cui il proprio godimento è ascoltato) sia il vero godimento : in realtà, cosi facendo, cerca il godimento del padrone per una momentanea sensazione di appagamento, di forza, che è molto lontana dal proprio reale godimento.
martedì 7 febbraio 2012
Il pessimismo di Giacomo Leopardi : un'interpretazione psicoanalitica (tentata, senza libere associazioni)
L'INFINITO
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.
Penso di aver capito cosa c'è dietro la siepe di Leopardi...la morte. L' ULTIMO orizzonte, i silenzi, la quiete non possono che essere la morte....La siepe rappresenta l'illusione che nasconde ai viventi la realtà della morte (e infatti la siepe è cara al primo Leopardi)...dunque la siepe rappresenta la natura benigna, che fornisce le illusioni che allontanano l'uomo dal pensiero della morte. E come fa la natura a fornire illusioni? Contrapponendo il silenzio al moto, il vento che ascolta stormir tra le piante al silenzio oltre la siepe, che gli fa paura. L'infinito dunque non è la natura, come scrivono certi libri, ma la morte. E quando Leopardi decide di essere-per-la-morte che attacca la natura (ultimo Leopardi), quando decide di abbandonare le illusioni della vita, della natura. La natura è il velo di Maya al di la del quale si trova la morte, il nulla eterno.
Attenzione, perché in Leopardi il tema del vento ricorre stesso. Il vento rappresenta, come vedremo tra poco, l'elemento che separa Leopardi dal grembo materno. In Leopardi ritroviamo il trauma della nascita. Morte e Madre sono la costante . Analizziamo "E naufragar m'è dolce in questo mare": il mare dal punto di vista psicoanalitico rappresenta generalmente l'utero, la madre. Leopardi, al di la della siepe, sa di trovare la morte (il cor si spaura), ma alla fine della poesia immagina l'utero materno.
Adesso leggiamo altri pezzi interessanti, prese da varie poesie di Leopardi:
"Quando novellamente
nasce nel cor profondo
un amoroso affetto,
languido e stanco insiem con esso in petto
un desiderio di morir si sente." (da: Amore e Morte)
"O graziosa luna, io mi rammento
che, or volge l'anno, sovra questo colle
io venia pien d'angoscia a rimirarti" (da: Alla luna)
" riguardommi in viso
il simulacro di colei che amore
prima insegnommi, e poi lasciommi in pianto.
Morta non mi parea, ma trista e quale,
degl'infelici è la sembianza. Al capo
Appressommi la destra, e sospirando,
Vivi, mi disse, e ricordanza alcuna
Serbi di noi? "
"Di te mi dolse e duol: né mi credea
che risaper tu lo dovessi; [...]
Ma sei tu per lasciarmi un'altra volta?
Io n'ho gran tema. "
Qui è evidente il tema dell'abbandono: Leopardi sente di avere una madre triste, depressa ("degli infelici è la sembianza"). Una madre che all'improvviso ha ritirato l'amore dal suo bambino ( "e poi lasciommi in pianto"). Probabilmente la madre, per la sua depressione, non è stata più in grado di fornire l'affetto necessario a Leopardi per poter vivere la vita senza tormenti.
Sentiamo altri versi dalla stessa poesia (Il Sogno):
"Nascemmo al pianto,
disse, ambedue; felicità non rise
al viver nostro; e dilettossi il cielo
De' nostri affanni.[...]
e di pallor velato il viso
per la tua dipartita, e se d'angoscia
porto gravido il cor, dimmi: d0amore
Favilla alcuna, o di pietà, giammai
Verso il misero amante il cor t'assalse
Mentre vivesti? Io disperando allora
E sperando traea le notti e i giorni [...]
Di baci la ricopro, e d'affannosa
dolcezza palpitando all'anelante
seno la stringo [...]
Quando colei teneramente affissi
Gli occhi negli occhi miei, già scordi, o caro,
disse, che di beltà son fatta ignuda?
E tu d'amore, o sfortunato, indarno
ti scaldi e fremi. (da: Il sogno)
Qui addirittura usa il termine amante: "verso il misero amante il cor t'assalse mentre vivesti?"
E' chiaro che sta chiedendo alla madre se anche lei in vita ricambiava le sue fantasie edipiche. Infatti dopo la ricopre di baci, e la madre gli dice: "già scordi, o caro, che di beltà sono fatta ignuda?"...è un ammonimento. E' come se gli dicesse: "non sono giovane come te, non posso essere la tua amante." Qui è evidente che in Leopardi convive la fantasia edipica di unirsi fisicamente alla madre, con il desiderio di essere ricambiato da lei: la tristezza della madre era un meccanismo con cui lei si proteggeva dai suoi assalti, e dal suo proprio desiderio incestuoso. Infatti non è raro che le madri abbiano questi desideri, la stessa Maria Bonaparte confidò (in maniera oltremodo allarmata) a Freud di nutrire desideri incestuosi per il figlio. Probabilmente la madre non è stata abbastanza ferma con Leopardi, lui ha percepito l'ambivalenza della madre verso il suo desiderio edipico, e non è riuscito più a risolverlo. L'unica soluzione (meccanismo di difesa) che Leopardi è riuscito ad attuare, è stato quello di regredire dal desiderio edipico al desiderio di tornare nel grembo materno. Ha vissuto tutta la vita nell'illusione di poter ricongiungersi a lei. Ci chiarirà meglio le idee quest'altra poesia:
IMITAZIONE
Lungi dal propio ramo,
povera foglia frale,
dove vai tu? Dal faggio
la dov'io nacqui, mi divise il vento.
Esso, tornando, a volo
dal bosco alla campagna,
dalla valle mi porta alla montagna.
Seco perpetuamente
vo pelegrina, e tutto l'altro ignoro,
vo dove ogni altra cosa,
dove naturalmente
va la foglia di rosa,
e la foglia d'alloro.
In questa poesia, ci son diversi elementi che fanno pensare a un Leopardi desideroso di tornare nel grembo materno (la rosa e l'albero sono tutti simboli della madre).Il vento ha separato Leopardi dalla madre(=rappresentata anche dalla valle) e lo conduce alla montagna (= che simboleggia la morte). Dunque Leopardi odia la natura perché lo separa dalla madre. Nello stesso tempo, però, la morte, come il ritorno in grembo, sono una liberazione contro il legame edipico estremamente problematico che lui vive con sua madre, un legame che per colpa del vento, cioé del vivere, non si estingue, ma si tramuta in angoscia.
Il Leopardi che vive per la morte, si ritrova nella poesia "a Sé Stesso":
Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l'inganno estremo,
Ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, né di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T'acqueta omai. Dispera
L'ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. [questo verso testimonia che l'associazione dell'oltre
la siepe con la morte, è legittima, e che altre interpretazioni, come ad esempio
quella di un infinito religioso, siano fuorvianti ]
Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Potere che, ascoso, a comun danno impera,
E l'infinita vanità del tutto.
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.
Penso di aver capito cosa c'è dietro la siepe di Leopardi...la morte. L' ULTIMO orizzonte, i silenzi, la quiete non possono che essere la morte....La siepe rappresenta l'illusione che nasconde ai viventi la realtà della morte (e infatti la siepe è cara al primo Leopardi)...dunque la siepe rappresenta la natura benigna, che fornisce le illusioni che allontanano l'uomo dal pensiero della morte. E come fa la natura a fornire illusioni? Contrapponendo il silenzio al moto, il vento che ascolta stormir tra le piante al silenzio oltre la siepe, che gli fa paura. L'infinito dunque non è la natura, come scrivono certi libri, ma la morte. E quando Leopardi decide di essere-per-la-morte che attacca la natura (ultimo Leopardi), quando decide di abbandonare le illusioni della vita, della natura. La natura è il velo di Maya al di la del quale si trova la morte, il nulla eterno.
Attenzione, perché in Leopardi il tema del vento ricorre stesso. Il vento rappresenta, come vedremo tra poco, l'elemento che separa Leopardi dal grembo materno. In Leopardi ritroviamo il trauma della nascita. Morte e Madre sono la costante . Analizziamo "E naufragar m'è dolce in questo mare": il mare dal punto di vista psicoanalitico rappresenta generalmente l'utero, la madre. Leopardi, al di la della siepe, sa di trovare la morte (il cor si spaura), ma alla fine della poesia immagina l'utero materno.
Adesso leggiamo altri pezzi interessanti, prese da varie poesie di Leopardi:
"Quando novellamente
nasce nel cor profondo
un amoroso affetto,
languido e stanco insiem con esso in petto
un desiderio di morir si sente." (da: Amore e Morte)
"O graziosa luna, io mi rammento
che, or volge l'anno, sovra questo colle
io venia pien d'angoscia a rimirarti" (da: Alla luna)
" riguardommi in viso
il simulacro di colei che amore
prima insegnommi, e poi lasciommi in pianto.
Morta non mi parea, ma trista e quale,
degl'infelici è la sembianza. Al capo
Appressommi la destra, e sospirando,
Vivi, mi disse, e ricordanza alcuna
Serbi di noi? "
"Di te mi dolse e duol: né mi credea
che risaper tu lo dovessi; [...]
Ma sei tu per lasciarmi un'altra volta?
Io n'ho gran tema. "
Qui è evidente il tema dell'abbandono: Leopardi sente di avere una madre triste, depressa ("degli infelici è la sembianza"). Una madre che all'improvviso ha ritirato l'amore dal suo bambino ( "e poi lasciommi in pianto"). Probabilmente la madre, per la sua depressione, non è stata più in grado di fornire l'affetto necessario a Leopardi per poter vivere la vita senza tormenti.
Sentiamo altri versi dalla stessa poesia (Il Sogno):
"Nascemmo al pianto,
disse, ambedue; felicità non rise
al viver nostro; e dilettossi il cielo
De' nostri affanni.[...]
e di pallor velato il viso
per la tua dipartita, e se d'angoscia
porto gravido il cor, dimmi: d0amore
Favilla alcuna, o di pietà, giammai
Verso il misero amante il cor t'assalse
Mentre vivesti? Io disperando allora
E sperando traea le notti e i giorni [...]
Di baci la ricopro, e d'affannosa
dolcezza palpitando all'anelante
seno la stringo [...]
Quando colei teneramente affissi
Gli occhi negli occhi miei, già scordi, o caro,
disse, che di beltà son fatta ignuda?
E tu d'amore, o sfortunato, indarno
ti scaldi e fremi. (da: Il sogno)
Qui addirittura usa il termine amante: "verso il misero amante il cor t'assalse mentre vivesti?"
E' chiaro che sta chiedendo alla madre se anche lei in vita ricambiava le sue fantasie edipiche. Infatti dopo la ricopre di baci, e la madre gli dice: "già scordi, o caro, che di beltà sono fatta ignuda?"...è un ammonimento. E' come se gli dicesse: "non sono giovane come te, non posso essere la tua amante." Qui è evidente che in Leopardi convive la fantasia edipica di unirsi fisicamente alla madre, con il desiderio di essere ricambiato da lei: la tristezza della madre era un meccanismo con cui lei si proteggeva dai suoi assalti, e dal suo proprio desiderio incestuoso. Infatti non è raro che le madri abbiano questi desideri, la stessa Maria Bonaparte confidò (in maniera oltremodo allarmata) a Freud di nutrire desideri incestuosi per il figlio. Probabilmente la madre non è stata abbastanza ferma con Leopardi, lui ha percepito l'ambivalenza della madre verso il suo desiderio edipico, e non è riuscito più a risolverlo. L'unica soluzione (meccanismo di difesa) che Leopardi è riuscito ad attuare, è stato quello di regredire dal desiderio edipico al desiderio di tornare nel grembo materno. Ha vissuto tutta la vita nell'illusione di poter ricongiungersi a lei. Ci chiarirà meglio le idee quest'altra poesia:
IMITAZIONE
Lungi dal propio ramo,
povera foglia frale,
dove vai tu? Dal faggio
la dov'io nacqui, mi divise il vento.
Esso, tornando, a volo
dal bosco alla campagna,
dalla valle mi porta alla montagna.
Seco perpetuamente
vo pelegrina, e tutto l'altro ignoro,
vo dove ogni altra cosa,
dove naturalmente
va la foglia di rosa,
e la foglia d'alloro.
In questa poesia, ci son diversi elementi che fanno pensare a un Leopardi desideroso di tornare nel grembo materno (la rosa e l'albero sono tutti simboli della madre).Il vento ha separato Leopardi dalla madre(=rappresentata anche dalla valle) e lo conduce alla montagna (= che simboleggia la morte). Dunque Leopardi odia la natura perché lo separa dalla madre. Nello stesso tempo, però, la morte, come il ritorno in grembo, sono una liberazione contro il legame edipico estremamente problematico che lui vive con sua madre, un legame che per colpa del vento, cioé del vivere, non si estingue, ma si tramuta in angoscia.
Il Leopardi che vive per la morte, si ritrova nella poesia "a Sé Stesso":
Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l'inganno estremo,
Ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, né di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T'acqueta omai. Dispera
L'ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. [questo verso testimonia che l'associazione dell'oltre
la siepe con la morte, è legittima, e che altre interpretazioni, come ad esempio
quella di un infinito religioso, siano fuorvianti ]
Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Potere che, ascoso, a comun danno impera,
E l'infinita vanità del tutto.
sabato 4 febbraio 2012
Una riflessione sul tema della donna (con riferimento al femminismo di Luce Irigaray )
Da wikipedia, Luce Irigaray: "Nell’ideologia dell’ordine simbolico (e quindi nel linguaggio della legge del padre) la donna “funziona” come specchio per l’uomo; questo, guardando la donna nella sua condizione di inferiorità, vede se stesso nella sua condizione di superiorità. L’uomo non vede la donna così com’è, ma come il contrario di sé: un buco, una mancanza, un’assenza. Allo stesso modo l’organo genitale maschile è visto come il contrario di quello femminile: il fallo è il pieno, l’attività, il tutto; la vagina è il vuoto, la passività, il niente."
*il fallo lo intendo nell'accezione di Bergeret, non in quella di Lacan
Mi trovo a contestare queste tesi: il fallo* simbolico non è il pene fisico. La donna e l'uomo hanno la capacità di sentirsi portatori del fallo simbolico (=capacità di sentirsi abili, in grado di svolgere determinati compiti, sicuri di sé) ; l'uomo ha anche fisicamente il pene, che però non rientra nell'ordine simbolico, ma nell'ordine organico-biologico al pari della vagina fisica: l'angoscia di castrazione in realtà rappresenta una fantasia (ordine simbolico) ben precisa, la paura di perdere il fallo, ed è comune ai maschi e alle donne come preoccupazione narcisistica, come timore di perdere la propria identità (si veda Bergeret- psicologia patologica). Il fatto che l'uomo si senta superiore alla donna è qualcosa di indimostrabile, una pura fallacia filosofica, una generalizzazione assurda almeno quanto quella che tutte le donne abbiano invidia di un pene fisico. Uomini e donne possono avere invidia del fallo di un altro uomo o donna, non di un pene fisico. Non condivido il dualismo filosofico della Irigaray: uomini da una parte e donne dall'altra, perché fa lo stesso errore di Freud. Essendo seguace del taoismo e dell'hegelismo, ritengo che sia presente il principio maschile e femminile in ogni cosa dell'universo (e il fallo difatti appartiene alla donna e all'uomo), principi che non sono separati, ma uniti dialetticamente in una sintesi che definisce il reale. L'uomo ha delle componenti materne, ma il materno non coincide con il femminile cosi come il paterno non coincide con una figura maschile. Se il reale non è o solo maschile o solo femminile, è evidente che ciò che differenzia l'uomo dalla donna ( e la donna dall'uomo) è soltanto una diversità anatomica, diversità che non può essere responsabile del diverso trattamento che l'uomo e la donna ricevono nella società. Responsabile della discriminazione è l'elevazione della differenza anatomica a differenza simbolica: proprio la confusione che (forse) Freud e (sicuramente) Irigaray hanno continuato ad alimentare, attraverso l'eguaglianza fallo=pene, assenza di pene=vagina e conseguentemente assenza di fallo=vagina. Occorre combattere questa equivalenza tra differenza anatomica e differenza simbolica, perché in questo modo si finisce per dare alibi alla discriminazione. Se nella nostra società la donna percepisce che la sua capacità fallica (la sua abilità) non è riconosciuta e apprezzata né messa al servizio del bene comune, questo dovrebbe essere un motivo in più per abbandonare il motivo ridondante della differenza simbolica (comune al maschilismo e al femminismo), e riconoscere finalmente che dal punto di vista simbolico le donne devono esigere il rispetto e la valorizzazione del loro fallo. Se a livello fallico-simbolico non ci sono differenze tra maschile e femminile, come mai si ripropone il motivo della differenza? Perché si creano nuovi ordini simbolici di discriminazione attraverso la confusione dei due piani, anatomico e simbolico. Rivendicare un ordine simbolico alternativo (quello dell'utero), significa in fin dei conti contribuire in maniera speculare all'atteggiamento maschilista basato su un fantomatico ordine simbolico del pene. Giustamente la Irigaray fa presente che il principio maschile (=maschilista) ha operato fin troppo nella storia. Ma il principio maschile è un falso, in quanto non è mai presente da solo. La storia del maschilismo e del femminismo, del principio maschile e femminile come separati, è la storia del falso, dell'a-dialettico: infatti la sintesi nella triade hegeliana è ciò che è, è il reale, e precede la scissione operata dall'intelletto (e, in questo caso, dal pregiudizio).
Ritengo il mio pensiero più affine al reale, perché appunto dialettico: non interpreto infatti, come la Irigaray, la storia della filosofia come storia del pensiero maschile: più probabile che il principio femminile presente nella scienza "maschile" non sia stato da lei riconosciuto.
Io non nego l'esistenza di un maschile o di un femminile, metto solo in discussione l'attribuzione di questi due principi al maschio e alla femmina anatomici, attribuzione effettuata in maniera adialettica, dualista : con un metodo adialettico del genere, è inevitabile vedere maschio e femmina come due polarità che non si fondono mai, ma che cercano di acquisire una posizione di superiorità. La storia del dualismo ce lo insegna: il cristianesimo per esempio, con la sua distinzione netta e dogmatica tra il bene e il male, tra Dio e il peccato, opera una scissione all'interno della coscienza umana simile a quella che il dualismo sessista opera separando il principio maschile da quello femminile all'interno di un singolo soggetto. La perdita del principio femminile è impossibile: può solo restare nascosto e misconosciuto a donne e uomini (proprio come l'Animus e l'Anima in Jung). Sono convinto che occorra recuperare l'elemento femminile dal suo oblio, ma non credo nell'ottica dualista, perché ritengo che il dualismo fallisca nell'intento di far riemergere il femminile dall'oblio, attraverso una scissione artificiale tra sé e altro, tra maschile e femminile, che conduce all'incomprensibilità sia del principio maschile che femminile ( come principi intrinsecamente e ontologicamente uniti). Il dualismo è dogmatico, il monismo dialettico hegeliano nasce come metodo logico necessario per il superamento del dogmatismo (Hegel infatti ne da una dimostrazione). In quanto dogmatico (=non dimostrabile), il dualismo concepisce i due estremi come irriducibili, ed è questo presupposto dogmatico il motivo per cui la Irigaray afferma che il maschio non può comprendere il femminile. Oltre ad affermare un dualismo dogmatico, la Irigaray cade anche in un errore logico che ha il sapore di un pregiudizio: il maschile non può comprendere il femminile, ma non si accorge che allora dovrebbe essere vero anche il contrario. Ecco il segreto del dualismo: la conoscenza dell'altro è il prodotto del pregiudizio. Il kantismo è formalmente dualista, ma dal punto di vista gnoseologico molto vicino a comprendere il monismo (tranne che dal punto di vista etico), in quanto la conoscenza avviene in un unico campo, quello dei fenomeni, e non in entrambi i campi (noumeno e fenomeno). Ecco perché il dualismo kantiano non è dogmatico come il dualismo cristiano : perché dal punto di vista ontologico è un dualismo, ma dal punto di vista gnoseologico è un monismo.
*il fallo lo intendo nell'accezione di Bergeret, non in quella di Lacan
Mi trovo a contestare queste tesi: il fallo* simbolico non è il pene fisico. La donna e l'uomo hanno la capacità di sentirsi portatori del fallo simbolico (=capacità di sentirsi abili, in grado di svolgere determinati compiti, sicuri di sé) ; l'uomo ha anche fisicamente il pene, che però non rientra nell'ordine simbolico, ma nell'ordine organico-biologico al pari della vagina fisica: l'angoscia di castrazione in realtà rappresenta una fantasia (ordine simbolico) ben precisa, la paura di perdere il fallo, ed è comune ai maschi e alle donne come preoccupazione narcisistica, come timore di perdere la propria identità (si veda Bergeret- psicologia patologica). Il fatto che l'uomo si senta superiore alla donna è qualcosa di indimostrabile, una pura fallacia filosofica, una generalizzazione assurda almeno quanto quella che tutte le donne abbiano invidia di un pene fisico. Uomini e donne possono avere invidia del fallo di un altro uomo o donna, non di un pene fisico. Non condivido il dualismo filosofico della Irigaray: uomini da una parte e donne dall'altra, perché fa lo stesso errore di Freud. Essendo seguace del taoismo e dell'hegelismo, ritengo che sia presente il principio maschile e femminile in ogni cosa dell'universo (e il fallo difatti appartiene alla donna e all'uomo), principi che non sono separati, ma uniti dialetticamente in una sintesi che definisce il reale. L'uomo ha delle componenti materne, ma il materno non coincide con il femminile cosi come il paterno non coincide con una figura maschile. Se il reale non è o solo maschile o solo femminile, è evidente che ciò che differenzia l'uomo dalla donna ( e la donna dall'uomo) è soltanto una diversità anatomica, diversità che non può essere responsabile del diverso trattamento che l'uomo e la donna ricevono nella società. Responsabile della discriminazione è l'elevazione della differenza anatomica a differenza simbolica: proprio la confusione che (forse) Freud e (sicuramente) Irigaray hanno continuato ad alimentare, attraverso l'eguaglianza fallo=pene, assenza di pene=vagina e conseguentemente assenza di fallo=vagina. Occorre combattere questa equivalenza tra differenza anatomica e differenza simbolica, perché in questo modo si finisce per dare alibi alla discriminazione. Se nella nostra società la donna percepisce che la sua capacità fallica (la sua abilità) non è riconosciuta e apprezzata né messa al servizio del bene comune, questo dovrebbe essere un motivo in più per abbandonare il motivo ridondante della differenza simbolica (comune al maschilismo e al femminismo), e riconoscere finalmente che dal punto di vista simbolico le donne devono esigere il rispetto e la valorizzazione del loro fallo. Se a livello fallico-simbolico non ci sono differenze tra maschile e femminile, come mai si ripropone il motivo della differenza? Perché si creano nuovi ordini simbolici di discriminazione attraverso la confusione dei due piani, anatomico e simbolico. Rivendicare un ordine simbolico alternativo (quello dell'utero), significa in fin dei conti contribuire in maniera speculare all'atteggiamento maschilista basato su un fantomatico ordine simbolico del pene. Giustamente la Irigaray fa presente che il principio maschile (=maschilista) ha operato fin troppo nella storia. Ma il principio maschile è un falso, in quanto non è mai presente da solo. La storia del maschilismo e del femminismo, del principio maschile e femminile come separati, è la storia del falso, dell'a-dialettico: infatti la sintesi nella triade hegeliana è ciò che è, è il reale, e precede la scissione operata dall'intelletto (e, in questo caso, dal pregiudizio).
Ritengo il mio pensiero più affine al reale, perché appunto dialettico: non interpreto infatti, come la Irigaray, la storia della filosofia come storia del pensiero maschile: più probabile che il principio femminile presente nella scienza "maschile" non sia stato da lei riconosciuto.
Io non nego l'esistenza di un maschile o di un femminile, metto solo in discussione l'attribuzione di questi due principi al maschio e alla femmina anatomici, attribuzione effettuata in maniera adialettica, dualista : con un metodo adialettico del genere, è inevitabile vedere maschio e femmina come due polarità che non si fondono mai, ma che cercano di acquisire una posizione di superiorità. La storia del dualismo ce lo insegna: il cristianesimo per esempio, con la sua distinzione netta e dogmatica tra il bene e il male, tra Dio e il peccato, opera una scissione all'interno della coscienza umana simile a quella che il dualismo sessista opera separando il principio maschile da quello femminile all'interno di un singolo soggetto. La perdita del principio femminile è impossibile: può solo restare nascosto e misconosciuto a donne e uomini (proprio come l'Animus e l'Anima in Jung). Sono convinto che occorra recuperare l'elemento femminile dal suo oblio, ma non credo nell'ottica dualista, perché ritengo che il dualismo fallisca nell'intento di far riemergere il femminile dall'oblio, attraverso una scissione artificiale tra sé e altro, tra maschile e femminile, che conduce all'incomprensibilità sia del principio maschile che femminile ( come principi intrinsecamente e ontologicamente uniti). Il dualismo è dogmatico, il monismo dialettico hegeliano nasce come metodo logico necessario per il superamento del dogmatismo (Hegel infatti ne da una dimostrazione). In quanto dogmatico (=non dimostrabile), il dualismo concepisce i due estremi come irriducibili, ed è questo presupposto dogmatico il motivo per cui la Irigaray afferma che il maschio non può comprendere il femminile. Oltre ad affermare un dualismo dogmatico, la Irigaray cade anche in un errore logico che ha il sapore di un pregiudizio: il maschile non può comprendere il femminile, ma non si accorge che allora dovrebbe essere vero anche il contrario. Ecco il segreto del dualismo: la conoscenza dell'altro è il prodotto del pregiudizio. Il kantismo è formalmente dualista, ma dal punto di vista gnoseologico molto vicino a comprendere il monismo (tranne che dal punto di vista etico), in quanto la conoscenza avviene in un unico campo, quello dei fenomeni, e non in entrambi i campi (noumeno e fenomeno). Ecco perché il dualismo kantiano non è dogmatico come il dualismo cristiano : perché dal punto di vista ontologico è un dualismo, ma dal punto di vista gnoseologico è un monismo.
venerdì 3 febbraio 2012
LA PSICOANALISI LAICA, L'INSEGNAMENTO DELLA PSICOANALISI AI NON MEDICI :Una nuova prospettiva
L'intervento di Roberto R. mi da l'occasione per riflettere sull'insegnamento della psicoanalisi. Roberto R. scrive: "Ne parla Massimo Recalcati nel suo ultimo libro: "L'uomo senza inconscio" (2011). E' molto interessante il suo punto di vista, perchè spiega (in maniera convincente) come l'esperienza analitica offra la straordinaria possibilità di incontrare la verità del proprio desiderio. In questa ottica, nell'ottica appunto della psicoanalisi, non si tratta di addomesticare l'inconscio, di curare l'inconscio, di liberare il soggetto dal suo inconscio (come pretendono di fare le terapie cognitivo-comportamentali) ma si tratta di porre al centro della cura la verità inconscia che anima il desiderio del soggetto. Non dunque il sintomo come punto dolente che intralcia lo scorrere della vita, ma la questione della sua causa, di ciò che lo costruisce, ovvero la rimozione della verità inconscia del desiderio del soggetto."
Di fronte a questo intervento, ho trovato opportuno esprimere il mio parere sull'insegnamento della psicoanalisi a persone che non sono psicologi o medici.
Roberto R. questo che hai detto è il motivo principale per cui una psicoanalisi non è una psicoterapia. La psicoanalisi freudiana era molto di più di una cura, era un sistema di studio, di esplorazione dell'inconscio individuale e collettivo: tutto questo va perduto quando si restringa la psicoanalisi in un ambito esclusivamente medico-terapeutico, tanto più oggi che ci si orienta esclusivamente alla cura dei sintomi. Se la psicoanalisi deve tornare a Freud, deve tornare alla conoscenza, non deve schiacciarsi sul presente del sintomo. La psicoanalisi è qualcosa di diverso, è qualcosa di più di una psicologia. Ti lascio un mio post in cui trovi alcuni elementi in più, che possono chiarire meglio il mio parere http://www.piergiorgioblog.blogspot.com/2012/02/in-questo-momento-sono-davanti-un-libro.html
(LA FUNZIONE SOCIALE DEL SOGNO E L'ASSENZA CONTEMPORANEA DEL DESIDERIO )
Ultimamente è scoppiata una polemica sull'insegnamento della psicoanalisi ai non laureati in psicologia. Mi permetto di dire che la psicoterapia psicoanalitica (ma anche la psicoterapia dinamica breve) è una psicoterapia che si ispira alla psicoanalisi, ma è qualcosa di meno della psicoanalisi come la intendeva Freud (Freud ma anche tutti gli analisti classici: Ferenczi, Jones, Bouvet, Maria Bonaparte ecc.). La psicoterapia nasce come cura, e finisce come cura: anche il setting è diverso da quello della psicoanalisi classica, e il cambiamento è funzionale a un adeguamento a scopi terapeutici-medicali e a necessità di mercato(senza questi adeguamenti, l'ascolto psicoanalitico perderebbe fette di mercato a favore di una più sbrigativa cura cognitiva comportamentale). Ma cosi facendo si snatura la psicoanalisi, e si confonde psicoanalisi e psicoterapia, come difatti sta succedendo: l'effetto finale è la scomparsa della psicoanalisi classica e la proibizione per legge del suo esercizio. Io conosco la psicoanalisi perché ho studiato i classici per conto mio, ma nessuno più opera in maniera classica: chiediamoci se questa è un'evoluzione oppure un cedimento al mercato e al campo medico, un tradimento.
Bisogna recuperare la funzione sociale della psicoanalisi, come spazio sociale dell'ascolto dell'inconscio. Purtroppo noi l'inconscio lo subiamo attraverso la pubblicità, e la medicalizzazione della psicoanalisi non fa che peggiorare le cose, limitando il ruolo sociale-culturale del metodo psicoanalitico.
Di fronte a questo intervento, ho trovato opportuno esprimere il mio parere sull'insegnamento della psicoanalisi a persone che non sono psicologi o medici.
Roberto R. questo che hai detto è il motivo principale per cui una psicoanalisi non è una psicoterapia. La psicoanalisi freudiana era molto di più di una cura, era un sistema di studio, di esplorazione dell'inconscio individuale e collettivo: tutto questo va perduto quando si restringa la psicoanalisi in un ambito esclusivamente medico-terapeutico, tanto più oggi che ci si orienta esclusivamente alla cura dei sintomi. Se la psicoanalisi deve tornare a Freud, deve tornare alla conoscenza, non deve schiacciarsi sul presente del sintomo. La psicoanalisi è qualcosa di diverso, è qualcosa di più di una psicologia. Ti lascio un mio post in cui trovi alcuni elementi in più, che possono chiarire meglio il mio parere http://www.piergiorgioblog.blogspot.com/2012/02/in-questo-momento-sono-davanti-un-libro.html
(LA FUNZIONE SOCIALE DEL SOGNO E L'ASSENZA CONTEMPORANEA DEL DESIDERIO )
Ultimamente è scoppiata una polemica sull'insegnamento della psicoanalisi ai non laureati in psicologia. Mi permetto di dire che la psicoterapia psicoanalitica (ma anche la psicoterapia dinamica breve) è una psicoterapia che si ispira alla psicoanalisi, ma è qualcosa di meno della psicoanalisi come la intendeva Freud (Freud ma anche tutti gli analisti classici: Ferenczi, Jones, Bouvet, Maria Bonaparte ecc.). La psicoterapia nasce come cura, e finisce come cura: anche il setting è diverso da quello della psicoanalisi classica, e il cambiamento è funzionale a un adeguamento a scopi terapeutici-medicali e a necessità di mercato(senza questi adeguamenti, l'ascolto psicoanalitico perderebbe fette di mercato a favore di una più sbrigativa cura cognitiva comportamentale). Ma cosi facendo si snatura la psicoanalisi, e si confonde psicoanalisi e psicoterapia, come difatti sta succedendo: l'effetto finale è la scomparsa della psicoanalisi classica e la proibizione per legge del suo esercizio. Io conosco la psicoanalisi perché ho studiato i classici per conto mio, ma nessuno più opera in maniera classica: chiediamoci se questa è un'evoluzione oppure un cedimento al mercato e al campo medico, un tradimento.
Bisogna recuperare la funzione sociale della psicoanalisi, come spazio sociale dell'ascolto dell'inconscio. Purtroppo noi l'inconscio lo subiamo attraverso la pubblicità, e la medicalizzazione della psicoanalisi non fa che peggiorare le cose, limitando il ruolo sociale-culturale del metodo psicoanalitico.
giovedì 2 febbraio 2012
LA FUNZIONE SOCIALE DEL SOGNO E L'ASSENZA CONTEMPORANEA DEL DESIDERIO
In questo momento sono davanti a un libro dell'antropologo psicoanalista freudiano Geza Roheim, allievo di S.Ferenczi. Il libro è " Psicoanalisi e Antropologia". Due riflessioni mi balenano in mente:
1) Marx parla di religione come oppio dei popoli. Freud parla del sogno come soddisfazione allucinatoria di un desiderio. La religione viene fatta risalire a produzioni derivate dai sogni, per cui si può con tutta certezza dire che i sogni e la religione abbiano avuto una grande rilevanza sociale in tutti i popoli meno che nella modernità.
2)Marx pensava che la religione in sé non fosse il male. La ragione è che il male erano le condizioni materiali, uniche responsabili del perdurare della religione. Religione come illusione, come soddisfazione allucinatoria, come strumento per rendere più sopportabile la realtà.
C'è qualcosa che viene trascurato. Il ruolo sociale della religione e del sogno, in fin dei conti è il ruolo sociale del desiderio. Un desiderio spontaneo, come i sogni, viene soffocato dall'imperio di una singola religione, di un singolo mito (cosa che i pagani, essendo politeisti, non hanno mai fatto), sugli altri.
Io sostengo la tesi secondo cui, ogni potere si regga sulla proibizione della libera espressione del desiderio. Marx e la psicoanalisi si soffermano sul sogno, sulla religione, come soddisfazione allucinatoria, però occorre anche riflettere sul fatto che l'espressione del desiderio è simbolo di libertà, indipendentemente dal fatto che questo sia realizzato in maniera illusoria (come pretendono le religioni di fare) o reale (come pretende Marx).
Il desiderio comunitario, collettivo, si esprime nella religione ( e, nella modernità, nelle rivendicazioni politiche), come il desiderio del singolo si esprime nel sogno ( in maniera cammuffata).
Il desiderio comunitario è il regno hegeliano dello spirito. Con l'avvento del capitalismo, non assistiamo solo a una secolarizzazione dei concetti cristiani (o meglio, del riconoscimento dei desideri collettivi come nucleo positivo della religione), ma assistiamo soprattutto, a una reificazione del desiderio collettivo. Questa reificazione avviene sostituendo lo studio dei sogni (che nell'antichità era qualcosa di comune), delle religioni e delle filosofie, con la vendita di sogni a buon mercato attraverso i media e la pubblicità. Il il consumatore non è una persona che desidera qualcosa, ma è il prodotto di un sistema che costantemente reprime i sogni, i desideri, e ne produce di artificiali, facendone oggetti, merce: toglie loro la funzione sociale, e li reifica. Sradicare i sogni, sradicare le religioni, le filosofie ecc. , è funzionale all'affermazione di un materialismo che ha come unico scopo l'aumento dei consumi. L'individuo odierno non è capace di identificare i propri desideri più profondi, e nemmeno quelli della propria comunità: l'individuo cerca il proprio desiderio, e l'acquisto gli da l'illusione di tornare in possesso dei suoi desideri, di ciò che desiderava di più: ritornare a essere un individuo capace di desiderare. Ecco il frutto del materialismo consumista: una individualità nevrotica e atomizzata (=priva di ideali civili condivisi). Un individuo a una dimensione, per usare la terminologia di Marcuse. Se la religione dava l'illusione alla collettività umana di realizzare i propri desideri (ricordiamo che i miti religiosi hanno molte cose in comune fra loro, segno dell'universalità dell'inconscio umano), il capitalismo nasconde all'uomo i suoi desideri abbattendo il luogo sociale del desiderio, e sostituendolo con un luogo in cui il consumatore deve sentirsi carente di desiderio, e perciò bisognoso di comprare. Infatti l'acquisto mantiene in lui l'illusione di essere ancora a contatto con il suo desiderio, l'illusione di essere ancora vivo (mentre il desiderio è in realtà prodotto artificialmente, e non spontaneo, autentico, personale). Il consumatore non compra perché desidera, compra perché desidera desiderare, e in quest'epoca non riesce a desiderare. Non riesce a desiderare perché manca la dimensione sociale del desiderio, manca lo spazio sociale in cui è possibile ascoltare l'inconscio: l'inconscio oggi lo si ascolta soltanto nella stanzetta di analisi 3-4 ore alla settimana. L'uomo civilizzato, alienato dal suo inconscio, cioé dal desiderio, è alienato sia da sé che dall'altro. L'acquisto è un meccanismo difensivo che gli permettere di nascondere a sé stesso il vuoto che prova per lo schiacciamento dato dal vivere in un'epoca particolare, quella degli dei fuggiti (o meglio, dei desideri inconsci, personali, fuggiti). Gli dei, la mitologia, hanno origine dal sogno, dunque questa non è l'epoca della morte di Dio, ma più semplicemente della morte del campo sociale del sogno, e quindi del campo sociale del desiderio, travestita ideologicamente come morte di Dio. La stessa sessualità, oggi, non ha la forma del desiderio. Ha la forma della dipendenza, di una compulsione, di un tappabuchi che nasconda la vacuità data dall'assenza del desiderio. Ha la forma di merce. Ricordiamo allora il monito che negli anni sessanta lanciò Pasolini: "il corpo è l'unica cosa che è rimasta al di fuori dal dominio della mercificazione". Il corpo ovviamente non è inteso nel suo significato fisico, ma in quello simbolico, come forma del desiderio. Oggi non è più cosi. La soluzione è riscoprire il desiderio, qualcosa che non si trova più fuori, nel dominio della reificazione, ma si trova nelle fiabe, nei miti, nelle religioni, negli ideali, nelle tradizioni dei popoli, nella storia. Una storia che, in quanto contenente il desiderio, è anche storia personale. Storia personale continuamente annullata da un'esistenza condotta a una sola dimensione, quella del presente (dimensione tipica dell'individuo liberale astratto). Riscoprire il passato significa riscoprire la storia, e quindi il desiderio: non è un caso che Freud adoperasse proprio questo metodo nelle sue analisi, metodo abbandonato da alcuni analisti moderni. Analisti che si basano sul qui ed ora, con la scusa che il mondo è cambiato, che la gente non può più stare anni a riscoprirsi, che ha altre esigenze. La verità è che senza storia, non c'è psicoanalisi, senza storia si riproduce l'assenza del desiderio, proprio quello che bisognerebbe evitare.
1) Marx parla di religione come oppio dei popoli. Freud parla del sogno come soddisfazione allucinatoria di un desiderio. La religione viene fatta risalire a produzioni derivate dai sogni, per cui si può con tutta certezza dire che i sogni e la religione abbiano avuto una grande rilevanza sociale in tutti i popoli meno che nella modernità.
2)Marx pensava che la religione in sé non fosse il male. La ragione è che il male erano le condizioni materiali, uniche responsabili del perdurare della religione. Religione come illusione, come soddisfazione allucinatoria, come strumento per rendere più sopportabile la realtà.
C'è qualcosa che viene trascurato. Il ruolo sociale della religione e del sogno, in fin dei conti è il ruolo sociale del desiderio. Un desiderio spontaneo, come i sogni, viene soffocato dall'imperio di una singola religione, di un singolo mito (cosa che i pagani, essendo politeisti, non hanno mai fatto), sugli altri.
Io sostengo la tesi secondo cui, ogni potere si regga sulla proibizione della libera espressione del desiderio. Marx e la psicoanalisi si soffermano sul sogno, sulla religione, come soddisfazione allucinatoria, però occorre anche riflettere sul fatto che l'espressione del desiderio è simbolo di libertà, indipendentemente dal fatto che questo sia realizzato in maniera illusoria (come pretendono le religioni di fare) o reale (come pretende Marx).
Il desiderio comunitario, collettivo, si esprime nella religione ( e, nella modernità, nelle rivendicazioni politiche), come il desiderio del singolo si esprime nel sogno ( in maniera cammuffata).
Il desiderio comunitario è il regno hegeliano dello spirito. Con l'avvento del capitalismo, non assistiamo solo a una secolarizzazione dei concetti cristiani (o meglio, del riconoscimento dei desideri collettivi come nucleo positivo della religione), ma assistiamo soprattutto, a una reificazione del desiderio collettivo. Questa reificazione avviene sostituendo lo studio dei sogni (che nell'antichità era qualcosa di comune), delle religioni e delle filosofie, con la vendita di sogni a buon mercato attraverso i media e la pubblicità. Il il consumatore non è una persona che desidera qualcosa, ma è il prodotto di un sistema che costantemente reprime i sogni, i desideri, e ne produce di artificiali, facendone oggetti, merce: toglie loro la funzione sociale, e li reifica. Sradicare i sogni, sradicare le religioni, le filosofie ecc. , è funzionale all'affermazione di un materialismo che ha come unico scopo l'aumento dei consumi. L'individuo odierno non è capace di identificare i propri desideri più profondi, e nemmeno quelli della propria comunità: l'individuo cerca il proprio desiderio, e l'acquisto gli da l'illusione di tornare in possesso dei suoi desideri, di ciò che desiderava di più: ritornare a essere un individuo capace di desiderare. Ecco il frutto del materialismo consumista: una individualità nevrotica e atomizzata (=priva di ideali civili condivisi). Un individuo a una dimensione, per usare la terminologia di Marcuse. Se la religione dava l'illusione alla collettività umana di realizzare i propri desideri (ricordiamo che i miti religiosi hanno molte cose in comune fra loro, segno dell'universalità dell'inconscio umano), il capitalismo nasconde all'uomo i suoi desideri abbattendo il luogo sociale del desiderio, e sostituendolo con un luogo in cui il consumatore deve sentirsi carente di desiderio, e perciò bisognoso di comprare. Infatti l'acquisto mantiene in lui l'illusione di essere ancora a contatto con il suo desiderio, l'illusione di essere ancora vivo (mentre il desiderio è in realtà prodotto artificialmente, e non spontaneo, autentico, personale). Il consumatore non compra perché desidera, compra perché desidera desiderare, e in quest'epoca non riesce a desiderare. Non riesce a desiderare perché manca la dimensione sociale del desiderio, manca lo spazio sociale in cui è possibile ascoltare l'inconscio: l'inconscio oggi lo si ascolta soltanto nella stanzetta di analisi 3-4 ore alla settimana. L'uomo civilizzato, alienato dal suo inconscio, cioé dal desiderio, è alienato sia da sé che dall'altro. L'acquisto è un meccanismo difensivo che gli permettere di nascondere a sé stesso il vuoto che prova per lo schiacciamento dato dal vivere in un'epoca particolare, quella degli dei fuggiti (o meglio, dei desideri inconsci, personali, fuggiti). Gli dei, la mitologia, hanno origine dal sogno, dunque questa non è l'epoca della morte di Dio, ma più semplicemente della morte del campo sociale del sogno, e quindi del campo sociale del desiderio, travestita ideologicamente come morte di Dio. La stessa sessualità, oggi, non ha la forma del desiderio. Ha la forma della dipendenza, di una compulsione, di un tappabuchi che nasconda la vacuità data dall'assenza del desiderio. Ha la forma di merce. Ricordiamo allora il monito che negli anni sessanta lanciò Pasolini: "il corpo è l'unica cosa che è rimasta al di fuori dal dominio della mercificazione". Il corpo ovviamente non è inteso nel suo significato fisico, ma in quello simbolico, come forma del desiderio. Oggi non è più cosi. La soluzione è riscoprire il desiderio, qualcosa che non si trova più fuori, nel dominio della reificazione, ma si trova nelle fiabe, nei miti, nelle religioni, negli ideali, nelle tradizioni dei popoli, nella storia. Una storia che, in quanto contenente il desiderio, è anche storia personale. Storia personale continuamente annullata da un'esistenza condotta a una sola dimensione, quella del presente (dimensione tipica dell'individuo liberale astratto). Riscoprire il passato significa riscoprire la storia, e quindi il desiderio: non è un caso che Freud adoperasse proprio questo metodo nelle sue analisi, metodo abbandonato da alcuni analisti moderni. Analisti che si basano sul qui ed ora, con la scusa che il mondo è cambiato, che la gente non può più stare anni a riscoprirsi, che ha altre esigenze. La verità è che senza storia, non c'è psicoanalisi, senza storia si riproduce l'assenza del desiderio, proprio quello che bisognerebbe evitare.
domenica 22 gennaio 2012
SOCIALISMO DI POPOLO O LIBERALIZZAZIONI DI PARTITO?
Questo è un intervento che ho svolto durante un discorso sulle liberalizzazioni e le privatizzazioni.
Ne approfitto per porre in luce le contraddizioni del neo-liberismo capitalista, e la coerenza con cui la forma partito veicola il totalitarismo, anche e specialemente all'interno del capitalismo.
Io sono a priori contrario alle liberalizzaizoni e alle privatizzazioni, perché sono socialista e vedo i pensionati che non riescono ad arrivare alla fine del mese e a pagare l'affitto.Le tasse non calano, però il governo pretende che gli anziani e i disoccupati paghino ticket più alti, e che, al più, siano i farmacisti a fare lo sconto e ad abbassarsi ulteriormente il fatturato (su farmaci di fascia A il cui prezzo è fissato dallo Stato, sconto su un prezzo fisso è un'assurdità che non esiste in Europa, ma è questa la bozza che vogliono far passare in parlamento). In pratica lo stato fa pagare sempre più soldi a tutti (smantellando lo stato sociale), e queste liberalizzazioni continueranno a danneggiare i commercianti e i lavoratori tutti, specialmente chi non ha soldi per fare acquisti. Dove abito io i commercianti chiudono, gli ipermercati (pianeta conad e ipercoop) fanno da padrone. Ti sei chiesto perché il terzo polo e il pd sono favorevoli? Perché loro ricavano da queste catene di negozi tutti i soldi per finanziare i loro partiti e per comprare il consenso. Pensa che queste sono cooperative (!) che fanno fatturati di più di un miliardo di euro, e, alla faccia della libera concorrenza, non pagano le tasse. Io ritengo utili le cooperative, ma alcune hanno fatturati troppo grandi e sono troppo legate ai partiti (per cui si ha un palese conflitto di interesse nell'approvare certe leggi).Credo che queste manovre colpiscano direttamente la gente, come hanno fatto fin da principio. Stanno svendendo il patrimonio italiano agli imprenditori esteri, come hanno fatto nell'europa dell'est i sovietici convertiti al neo-liberismo. Questo sono le privatizzazioni. Aggiungi anche che ne approfittano per mettere a capo di queste imprese gente legata ai partiti (come Tronchetti Provera). Sono loro i privilgiati, non i commercianti, i benzinai, i tassisti, gli agricoltori e i farmacisti. Vi dico un'altra cosa, a sostegno della mia tesi. Tornando al discorso conad-coop, pensate solo ai guadagni che fanno, quando costringono gli agricoltori a vendere la frutta a 10 centesimi al kg, e poi la vendono al supermercato a 1,50 €! Si dovrebbero solo vergognare di farsi chiamare cooperative, queste grosse aziende legate ai partiti non hanno alcun ruolo sociale, e la dimostrazione è che, con fatturati cosi grandi, non pagano le tasse e non fanno prezzi sociali.... Allora, assumiamo che coop-conad non siano coperative ma vogliano giocare lealmente sul mercato. Qui da noi, in Emilia, le librerie coop e i supermercati coop- conad sono praticamente la stragrande maggioranza ... non c'è spazio per altre catene di supermercati, però l'antitrust (affiliato ai partiti) non si è lamentato (nonostante la esselunga sia ricorsa a vie legali contro coop per comportamento scorretto sul mercato). A che gioco giocano? Al gioco delle loro tasche, contro quelle di chi lavora.Poi c'è il discorso dell'evasione.I benzinai, i dipendenti pubblici e i farmacisti sono tutta gente che non può evadere, mentre queste politiche colpiranno direttamente tutta questa gente (non mi riferisco solo alle liberalizzazioni, sto facendo un discorso più ampio). Veniamo ai consumatori: se il liberismo fa aumentare la disoccupazione, proletarizza i ceti medi, e smantella lo stato sociale, come possono le persone comprare e tirare avanti? Ditemelo voi, avete sotto gli occhi le proteste, le difficoltà della gente. Nessuna liberalizzazione può creare lavoro, può solo spostare il profitto da una parte all'altra, perché il lavoro aumenta solo se aumenta la domanda di beni e servizi, ed il mercato è saturo ( a parte il fatto che per certi beni, non è detto che sia positivo e responsabile nei confronti della salute pubblica indurre un aumento della domanda attraverso la pubblicità). Insomma, questa classe dirigente arraffona e irresponsabile vuol far pagare a chi lavora il prezzo della propria inefficienza, della propria corruzione e del proprio egoismo di casta.E' evidente che questa politica liberista (tutti i partiti) se la prende con le categorie per mascherare al popolo il fallimento del progetto liberista (che magari per loro, che governano, è un successo, perché le multinazionali e le loro aziende aumentano i fatturati).
Ne approfitto per porre in luce le contraddizioni del neo-liberismo capitalista, e la coerenza con cui la forma partito veicola il totalitarismo, anche e specialemente all'interno del capitalismo.
Io sono a priori contrario alle liberalizzaizoni e alle privatizzazioni, perché sono socialista e vedo i pensionati che non riescono ad arrivare alla fine del mese e a pagare l'affitto.Le tasse non calano, però il governo pretende che gli anziani e i disoccupati paghino ticket più alti, e che, al più, siano i farmacisti a fare lo sconto e ad abbassarsi ulteriormente il fatturato (su farmaci di fascia A il cui prezzo è fissato dallo Stato, sconto su un prezzo fisso è un'assurdità che non esiste in Europa, ma è questa la bozza che vogliono far passare in parlamento). In pratica lo stato fa pagare sempre più soldi a tutti (smantellando lo stato sociale), e queste liberalizzazioni continueranno a danneggiare i commercianti e i lavoratori tutti, specialmente chi non ha soldi per fare acquisti. Dove abito io i commercianti chiudono, gli ipermercati (pianeta conad e ipercoop) fanno da padrone. Ti sei chiesto perché il terzo polo e il pd sono favorevoli? Perché loro ricavano da queste catene di negozi tutti i soldi per finanziare i loro partiti e per comprare il consenso. Pensa che queste sono cooperative (!) che fanno fatturati di più di un miliardo di euro, e, alla faccia della libera concorrenza, non pagano le tasse. Io ritengo utili le cooperative, ma alcune hanno fatturati troppo grandi e sono troppo legate ai partiti (per cui si ha un palese conflitto di interesse nell'approvare certe leggi).Credo che queste manovre colpiscano direttamente la gente, come hanno fatto fin da principio. Stanno svendendo il patrimonio italiano agli imprenditori esteri, come hanno fatto nell'europa dell'est i sovietici convertiti al neo-liberismo. Questo sono le privatizzazioni. Aggiungi anche che ne approfittano per mettere a capo di queste imprese gente legata ai partiti (come Tronchetti Provera). Sono loro i privilgiati, non i commercianti, i benzinai, i tassisti, gli agricoltori e i farmacisti. Vi dico un'altra cosa, a sostegno della mia tesi. Tornando al discorso conad-coop, pensate solo ai guadagni che fanno, quando costringono gli agricoltori a vendere la frutta a 10 centesimi al kg, e poi la vendono al supermercato a 1,50 €! Si dovrebbero solo vergognare di farsi chiamare cooperative, queste grosse aziende legate ai partiti non hanno alcun ruolo sociale, e la dimostrazione è che, con fatturati cosi grandi, non pagano le tasse e non fanno prezzi sociali.... Allora, assumiamo che coop-conad non siano coperative ma vogliano giocare lealmente sul mercato. Qui da noi, in Emilia, le librerie coop e i supermercati coop- conad sono praticamente la stragrande maggioranza ... non c'è spazio per altre catene di supermercati, però l'antitrust (affiliato ai partiti) non si è lamentato (nonostante la esselunga sia ricorsa a vie legali contro coop per comportamento scorretto sul mercato). A che gioco giocano? Al gioco delle loro tasche, contro quelle di chi lavora.Poi c'è il discorso dell'evasione.I benzinai, i dipendenti pubblici e i farmacisti sono tutta gente che non può evadere, mentre queste politiche colpiranno direttamente tutta questa gente (non mi riferisco solo alle liberalizzazioni, sto facendo un discorso più ampio). Veniamo ai consumatori: se il liberismo fa aumentare la disoccupazione, proletarizza i ceti medi, e smantella lo stato sociale, come possono le persone comprare e tirare avanti? Ditemelo voi, avete sotto gli occhi le proteste, le difficoltà della gente. Nessuna liberalizzazione può creare lavoro, può solo spostare il profitto da una parte all'altra, perché il lavoro aumenta solo se aumenta la domanda di beni e servizi, ed il mercato è saturo ( a parte il fatto che per certi beni, non è detto che sia positivo e responsabile nei confronti della salute pubblica indurre un aumento della domanda attraverso la pubblicità). Insomma, questa classe dirigente arraffona e irresponsabile vuol far pagare a chi lavora il prezzo della propria inefficienza, della propria corruzione e del proprio egoismo di casta.E' evidente che questa politica liberista (tutti i partiti) se la prende con le categorie per mascherare al popolo il fallimento del progetto liberista (che magari per loro, che governano, è un successo, perché le multinazionali e le loro aziende aumentano i fatturati).
venerdì 20 gennaio 2012
Nota a un articolo di Sacha Nacht: la terapia psicoanalitica.
Sacha Nacht è stato l'ortodossia della psicoanalisi in Francia. Assieme a Bouvet, e contrapposto a Lacan. Ciò che è in ballo è la teoria secondo cui l'inconscio è pulsione, forza istintuale primitiva. Lacan vede l'inconscio come un linguaggio, non come un qualcosa di primitivo, non come una forza incontrollata che ha bisogno della diga dell'Io.
Ciò che ho trovato prezioso nell'articolo di Nacht, è stata la sua idea di terapia: dato che una nevrosi è un conflitto tra l'Es e il Super-io, Nacht propone la presenza dell'analista come risolutiva. L'analista è infatti il super-io "morbido", quel super-io che l'altro non ha mai conosciuto. L'altro proietta sull'analista il proprio super-io, e ha paura all'inizio dell'analista e del suo giudizio. Scopre poi, nel transfert, che l'analista non si comporta come lui prevedeva: scopre che può parlare liberamente. L'altro comincia a interiorizzare l'atteggiamento osservatore, premuroso e non giudicante dell'analista, e questo atteggiamento (che però non esime l'altro dal rispettare le regole analitiche e le regole della relazione, il cosidetto setting, altrimenti l'analista diventerebbe un giocattolo in balia dell'altro, un semplice oggetto transferale senza alleanza di lavoro, senza alleanza terapeutica) diventa il nuovo super-io. E' solo attraverso questo processo che è possibile aggirare l'ansia iniziale e la critica, lo scetticismo, che prova chi si accinga ad associare liberamente (e quindi a dire cose apparentemente senza senso e non logicamente correlate tra loro ). In realtà la correlazione c'è sempre, solo che è spesso nascosta alla coscienza. Ciò che si dice mentre si associa liberamente non è mai frutto del caso, è l'inconscio che parla, come direbbe Lacan. L'inconscio è una struttura che è al di la della nostra coscienza. La volontà dell'altro,il setting e l'atteggiamento dell'analista, sono ciò che permette all'inconscio di parlare con la propria voce.
Ho pubblicato 3 tecniche autoanalitiche. L'ultima, è stata prodotta proprio perché le tecniche precedenti producevano a mio parere troppa ansia (sollevavano troppo le resistenze alla libera associazione).
Ultimamente, ho pensato di modificare l'ultima versione. Adesso infatti, ho scoperto che il problema dell'ansia è risolvibile in una maniera che sia autenticamente freudiana. Osservare un video con dei messaggi subliminali che comunicano amore, affetto, ascolto, favorisce la libera associazione, e permette l'utilizzo di minori file audio (meno interventi vocali), in modo da permettere il libero scorrere della parola, il libero monologo dell'inconscio. Ho costruito un video con una spirale (simile a quella ipnotica) e ho inserito dei messaggi subliminali. Ho constato che l'ansia durante le domande esplorative si abbassa notevolmente, come se si interiorizzasse l'atteggiamento benevolo dell'analista. D'altronde Freud, inizialmente, esplorava l'inconscio dei pazienti attraverso l'ipnosi ( non aveva altri modi per aggirare le resistenze): era sotto ipnosi che faceva loro le domande, proprio perché sotto ipnosi si è più rilassati. Esito ancora a pubblicare questo metodo di autoanalisi modificato, perché voglio ancora studiare a fondo le reazioni che può dare. Però, dal mio punto di vista, sono passi avanti che mi fanno sorridere. Pubblicherò prossimamente passi dall'articolo di Nacht che ho trovato molto illuminanti.
Ciò che ho trovato prezioso nell'articolo di Nacht, è stata la sua idea di terapia: dato che una nevrosi è un conflitto tra l'Es e il Super-io, Nacht propone la presenza dell'analista come risolutiva. L'analista è infatti il super-io "morbido", quel super-io che l'altro non ha mai conosciuto. L'altro proietta sull'analista il proprio super-io, e ha paura all'inizio dell'analista e del suo giudizio. Scopre poi, nel transfert, che l'analista non si comporta come lui prevedeva: scopre che può parlare liberamente. L'altro comincia a interiorizzare l'atteggiamento osservatore, premuroso e non giudicante dell'analista, e questo atteggiamento (che però non esime l'altro dal rispettare le regole analitiche e le regole della relazione, il cosidetto setting, altrimenti l'analista diventerebbe un giocattolo in balia dell'altro, un semplice oggetto transferale senza alleanza di lavoro, senza alleanza terapeutica) diventa il nuovo super-io. E' solo attraverso questo processo che è possibile aggirare l'ansia iniziale e la critica, lo scetticismo, che prova chi si accinga ad associare liberamente (e quindi a dire cose apparentemente senza senso e non logicamente correlate tra loro ). In realtà la correlazione c'è sempre, solo che è spesso nascosta alla coscienza. Ciò che si dice mentre si associa liberamente non è mai frutto del caso, è l'inconscio che parla, come direbbe Lacan. L'inconscio è una struttura che è al di la della nostra coscienza. La volontà dell'altro,il setting e l'atteggiamento dell'analista, sono ciò che permette all'inconscio di parlare con la propria voce.
Ho pubblicato 3 tecniche autoanalitiche. L'ultima, è stata prodotta proprio perché le tecniche precedenti producevano a mio parere troppa ansia (sollevavano troppo le resistenze alla libera associazione).
Ultimamente, ho pensato di modificare l'ultima versione. Adesso infatti, ho scoperto che il problema dell'ansia è risolvibile in una maniera che sia autenticamente freudiana. Osservare un video con dei messaggi subliminali che comunicano amore, affetto, ascolto, favorisce la libera associazione, e permette l'utilizzo di minori file audio (meno interventi vocali), in modo da permettere il libero scorrere della parola, il libero monologo dell'inconscio. Ho costruito un video con una spirale (simile a quella ipnotica) e ho inserito dei messaggi subliminali. Ho constato che l'ansia durante le domande esplorative si abbassa notevolmente, come se si interiorizzasse l'atteggiamento benevolo dell'analista. D'altronde Freud, inizialmente, esplorava l'inconscio dei pazienti attraverso l'ipnosi ( non aveva altri modi per aggirare le resistenze): era sotto ipnosi che faceva loro le domande, proprio perché sotto ipnosi si è più rilassati. Esito ancora a pubblicare questo metodo di autoanalisi modificato, perché voglio ancora studiare a fondo le reazioni che può dare. Però, dal mio punto di vista, sono passi avanti che mi fanno sorridere. Pubblicherò prossimamente passi dall'articolo di Nacht che ho trovato molto illuminanti.
giovedì 5 gennaio 2012
La lotta politica nella società dei consumi
In seguito alla chiusura degli stabilimenti O**a in Italia (la produzione viene spostata in Serbia), si diffondono ovunque incitamenti al boicottaggio della ditta (non comprate prodotti O**a!). Questo fenomeno è il pretesto per una riflessione.
La trasformazione dell'operaio in consumatore è il preludio all'appiattimento del conflitto di classe (conflitto che si manifestava nel luogo di lavoro, come ad es. la fabbrica), pur nel permanere delle contraddizioni del capitalismo.
La possibilità dunque di interferire politicamente sui destini del capitalismo, non si svolge più in un campo istituzionale (il parlamento) o affidandosi a un'istituzione tradizionale (il partito)...
Il consumatore cerca il prezzo migliore, cerca la convenienza, cerca il proprio interesse personale. Questa è la filosofia borghese di Adam Smith, ed è l'adesione a questa filosofia che rende il consumatore un personaggio politicamente conservatore. La trasformazione dell'operaio in consumatore, implica un'adesione inconscia al capitale, in quanto l'ex-operaio si trova adesso ad aderire alla filosofia borghese senza volerlo, perché mosso dalle circostanze oggettive del liberismo. Di fronte a questa evoluzione del capitalismo, di fronte a questa trasformazione, i conflitti di classe si sfumano e la politica scompare. Ora, la vera missione delle coscienze è reinventare la politica, ri-creare le condizioni perché il conflitto si rimaterializzi. Per far ciò occorre che il consumatore, anziché aderire inconsciamente alla dottrina capitalistica del self-interest, impari a organizzarsi in movimenti (diversi dai movimenti dei consumatori, che riproducono la dottrina borghese del self-interest) che abbiano come primo obiettivo quello di rendere consapevoli di come le nostre abitudini di consumo possano orientare i comportamenti delle aziende. Mi spiego meglio: se le lavoratrici italiane della O**a vengono licenziate e si va a produrre in Serbia, e se si ritiene ciò politicamente sbagliato, occorre che il movimento dei consumatori che aderisce all'ideale politico "La o**a deve restare in Italia", attraverso i suoi membri, boicotti la o**a non comprando i suoi prodotti. Ma questo non può farlo un movimento dei consumatori qualsiasi (perché in questo caso, se i prodotti o**a fossero in offerta, verrebbero venduti ugualmente, secondo la legge del self- interest, in quanto queste organizzazioni sono funzionali al capitalismo). Questa operazione può essere fatta solo da un movimento dei consumatori che ripensi il gesto del consumo in termini di lotta politica al capitalismo, un movimento che pensi al contesto dell'acquisto come luogo privilegiato della politica contemporanea, potenziale campo di battaglia della dialettica politica tra sfruttati/svantaggiati e sfruttatori/avvantaggiati. Un movimento che abbia degli ideali politici da realizzare attraverso gesti di consumo (=atti politici) mirati. In questo senso, si può dire che, in base alle abitudini di acquisto e in base all'inesistenza di movimenti politici di consumatori siffatti, il conservatorismo al momento stia dilagando! La difficoltà sta nel fatto che la gente è inconsapevole del valore politico dei propri acquisti. Un movimento politico dei consumatori dovrebbe combattere politicamente la inconsapevolezza. Se nella fabbrica gli atti politici (es. scioperi ) erano condivisi dalla maggior parte degli operai, perché tutti vivevano nelle medesime condizioni, qui invece siamo di fronte a una massa informe. Il consumatore infatti può essere ricco o povero, operaio o industriale. Ciò che unisce il movimento politico dei consumatori, allora, non è la comune condizione di vita o la comune estrazione sociale, ma un comune impianto etico-solidaristico. Protestare non comprando O**a può significare essere solidali con le lavoratrici, credere che tutti dovrebbero avere un lavoro e la disoccupazione non dovrebbe esistere, perché è il prodotto di un sistema, quello capitalistico, che la produce artificialmente per via della proprietà privata dei mezzi di produzione e della legge del profitto. Il comune impianto etico allora è ciò che è alla base di ogni possibile politica futura. Senza idea di comunità, con annessi principi di solidarietà e di eticità, non sarà possibile in futuro alcuna politica. Come il cristianesimo ha costruito la sua comunità senza confini geografici, cosi un movimento politico dei consumatori futuro deve essere una comunità senza confini, e accomunata non da dogmi ma da valori etici condivisi. La forza etica delle comunità è l'unico modo di reinventare la politica. In un mondo in cui il consumatore si vuole atomizzato e devoto al self-interest, occorre proporre l'idea del consumo etico affiliato a progetti politici ambiziosi di una comunità che si riconosce in determinati ideali civili. Solo in questo modo il consumatore risulta sganciato dai mezzi con cui si riproduce il capitale, solo in questo modo il consumatore può essere protagonista politico della sua contemporaneità, recuperando l'irripetibilità e l'imprevedibilità di un gesto che non può essere più previsto da chi vuole vendere il prodotto. Un movimento è l'inizio della comunità dove la comunità non esiste. Un movimento è l'inizio dell'etica dove l'etica non c'è.
La trasformazione dell'operaio in consumatore è il preludio all'appiattimento del conflitto di classe (conflitto che si manifestava nel luogo di lavoro, come ad es. la fabbrica), pur nel permanere delle contraddizioni del capitalismo.
La possibilità dunque di interferire politicamente sui destini del capitalismo, non si svolge più in un campo istituzionale (il parlamento) o affidandosi a un'istituzione tradizionale (il partito)...
Il consumatore cerca il prezzo migliore, cerca la convenienza, cerca il proprio interesse personale. Questa è la filosofia borghese di Adam Smith, ed è l'adesione a questa filosofia che rende il consumatore un personaggio politicamente conservatore. La trasformazione dell'operaio in consumatore, implica un'adesione inconscia al capitale, in quanto l'ex-operaio si trova adesso ad aderire alla filosofia borghese senza volerlo, perché mosso dalle circostanze oggettive del liberismo. Di fronte a questa evoluzione del capitalismo, di fronte a questa trasformazione, i conflitti di classe si sfumano e la politica scompare. Ora, la vera missione delle coscienze è reinventare la politica, ri-creare le condizioni perché il conflitto si rimaterializzi. Per far ciò occorre che il consumatore, anziché aderire inconsciamente alla dottrina capitalistica del self-interest, impari a organizzarsi in movimenti (diversi dai movimenti dei consumatori, che riproducono la dottrina borghese del self-interest) che abbiano come primo obiettivo quello di rendere consapevoli di come le nostre abitudini di consumo possano orientare i comportamenti delle aziende. Mi spiego meglio: se le lavoratrici italiane della O**a vengono licenziate e si va a produrre in Serbia, e se si ritiene ciò politicamente sbagliato, occorre che il movimento dei consumatori che aderisce all'ideale politico "La o**a deve restare in Italia", attraverso i suoi membri, boicotti la o**a non comprando i suoi prodotti. Ma questo non può farlo un movimento dei consumatori qualsiasi (perché in questo caso, se i prodotti o**a fossero in offerta, verrebbero venduti ugualmente, secondo la legge del self- interest, in quanto queste organizzazioni sono funzionali al capitalismo). Questa operazione può essere fatta solo da un movimento dei consumatori che ripensi il gesto del consumo in termini di lotta politica al capitalismo, un movimento che pensi al contesto dell'acquisto come luogo privilegiato della politica contemporanea, potenziale campo di battaglia della dialettica politica tra sfruttati/svantaggiati e sfruttatori/avvantaggiati. Un movimento che abbia degli ideali politici da realizzare attraverso gesti di consumo (=atti politici) mirati. In questo senso, si può dire che, in base alle abitudini di acquisto e in base all'inesistenza di movimenti politici di consumatori siffatti, il conservatorismo al momento stia dilagando! La difficoltà sta nel fatto che la gente è inconsapevole del valore politico dei propri acquisti. Un movimento politico dei consumatori dovrebbe combattere politicamente la inconsapevolezza. Se nella fabbrica gli atti politici (es. scioperi ) erano condivisi dalla maggior parte degli operai, perché tutti vivevano nelle medesime condizioni, qui invece siamo di fronte a una massa informe. Il consumatore infatti può essere ricco o povero, operaio o industriale. Ciò che unisce il movimento politico dei consumatori, allora, non è la comune condizione di vita o la comune estrazione sociale, ma un comune impianto etico-solidaristico. Protestare non comprando O**a può significare essere solidali con le lavoratrici, credere che tutti dovrebbero avere un lavoro e la disoccupazione non dovrebbe esistere, perché è il prodotto di un sistema, quello capitalistico, che la produce artificialmente per via della proprietà privata dei mezzi di produzione e della legge del profitto. Il comune impianto etico allora è ciò che è alla base di ogni possibile politica futura. Senza idea di comunità, con annessi principi di solidarietà e di eticità, non sarà possibile in futuro alcuna politica. Come il cristianesimo ha costruito la sua comunità senza confini geografici, cosi un movimento politico dei consumatori futuro deve essere una comunità senza confini, e accomunata non da dogmi ma da valori etici condivisi. La forza etica delle comunità è l'unico modo di reinventare la politica. In un mondo in cui il consumatore si vuole atomizzato e devoto al self-interest, occorre proporre l'idea del consumo etico affiliato a progetti politici ambiziosi di una comunità che si riconosce in determinati ideali civili. Solo in questo modo il consumatore risulta sganciato dai mezzi con cui si riproduce il capitale, solo in questo modo il consumatore può essere protagonista politico della sua contemporaneità, recuperando l'irripetibilità e l'imprevedibilità di un gesto che non può essere più previsto da chi vuole vendere il prodotto. Un movimento è l'inizio della comunità dove la comunità non esiste. Un movimento è l'inizio dell'etica dove l'etica non c'è.
giovedì 15 dicembre 2011
Scritto polemico contro il modello relazionale nella psicologia e psicoanalisi
In questo post non voglio parlare in gergo tecnico, voglio solo che ciò che penso sia chiaro al maggior numero di persone. Ogni persona ha dentro di sé le risorse per fare potenzialmente bene, per stare bene. La differenza tra il potenzialmente e lo stare bene davvero, sta nella conoscenza. Il terapeuta psicoanalitico non è "terapeutico" perché l'altro ha bisogno di una nuova relazione, è terapeutico solo nel momento in cui dona la sua conoscenza all'altro. Il donarsi è un comportarsi, atteggiarsi nel modo migliore a beneficio dell'altro, e l'interpretazione è in fin dei conti un atteggiamento, un modo di stare al mondo. Questa è infatti la concezione della psicoanalisi freudiana: non è il terapeuta come persona, ma è ciò che egli ha conseguito scientificamente e invoglia l'altro a conseguire (la conoscenza di sé, delle proprie risorse inconsce), ad essere indispensabile (difatti la psicoanalisi freudiana deriva dall'ipnosi, cioé si rifà a un modello interpsichico e scientifico del funzionamento mentale ).
Con la psicologia relazionale e in generale tutte le teorie pseudopsicanalitiche che pongono la relazione come unica realtà mentale, si verifica un disinvestimento dalla realtà scientifica oggettiva rappresentata dal modello intrapsichico...in parole povere, questi movimenti che vanno controcorrente rispetto a quello freudiano, rappresentano, a mio parere, la manifestazione di come ci siano persone che non si sono sentite curate, indispensabili, e vogliono che gli altri le ritengano tali...con esigenze narcisistiche superiori alla media, mascherate con un linguaggio teorico per potersi distanziare dalle proprie motivazioni, esigenze, bisogni inconsci e proiettarli sul paziente (infatti le teorie recenti si basano sul paziente come persona che non ha conflitti, ma semplicemente carenze relazionali dovute a una madre insufficientemente buona)... questi psicologi hanno prima razionalizzato le loro motivazioni narcisistiche in una teoria che rivendica universalità, in modo da non sentirsi inadeguati, fragili, in modo da non prendere consapevolezza delle loro motivazioni e di come sono abusivi....in seguito, con l'autorità conferita dalla loro posizione, modellano l'altro sulla base delle loro esigenze narcisistiche, vogliono cioé sentirsi indispensabili e speciali per l'altro, e cosi rendono l'altro bisognoso di imitarli, di essere più simili a loro, che sono l'autorità. Ma cosi facendo, l'altro imita il loro esasperato narcisismo, e non conosce meglio sé stesso. So bene che non tutte le volte accade questo, però è un pericolo da non sottovalutare.
Con la psicologia relazionale e in generale tutte le teorie pseudopsicanalitiche che pongono la relazione come unica realtà mentale, si verifica un disinvestimento dalla realtà scientifica oggettiva rappresentata dal modello intrapsichico...in parole povere, questi movimenti che vanno controcorrente rispetto a quello freudiano, rappresentano, a mio parere, la manifestazione di come ci siano persone che non si sono sentite curate, indispensabili, e vogliono che gli altri le ritengano tali...con esigenze narcisistiche superiori alla media, mascherate con un linguaggio teorico per potersi distanziare dalle proprie motivazioni, esigenze, bisogni inconsci e proiettarli sul paziente (infatti le teorie recenti si basano sul paziente come persona che non ha conflitti, ma semplicemente carenze relazionali dovute a una madre insufficientemente buona)... questi psicologi hanno prima razionalizzato le loro motivazioni narcisistiche in una teoria che rivendica universalità, in modo da non sentirsi inadeguati, fragili, in modo da non prendere consapevolezza delle loro motivazioni e di come sono abusivi....in seguito, con l'autorità conferita dalla loro posizione, modellano l'altro sulla base delle loro esigenze narcisistiche, vogliono cioé sentirsi indispensabili e speciali per l'altro, e cosi rendono l'altro bisognoso di imitarli, di essere più simili a loro, che sono l'autorità. Ma cosi facendo, l'altro imita il loro esasperato narcisismo, e non conosce meglio sé stesso. So bene che non tutte le volte accade questo, però è un pericolo da non sottovalutare.
giovedì 8 dicembre 2011
La versione definitiva del metodo di autoanalisi psicologica (psicodinamica transazionale psicoanalitica)
Questa è la terza e ultima versione. Perché fare uscire una terza versione? Perché ho inserito alcuni elementi di analisi transazionale (il terzo step del metodo), per dare maggiore efficacia a questo strumento di autoconoscenza (parziale, dato che non è possibile conoscere se stessi completamente nemmeno con una psicoanalisi di 5 anni, quindi...). Ho inserito questo terzo step, perché ho pensato che il cambiamento debba avere la stessa importanza dell'esplorazione.
Ho cercato di conservare le parti salienti e autenticamente psicoanalitiche delle versioni precedenti ( in particolare il metodo Moss per l'analisi dei sogni e dei conflitti inconsci) e di inserire domande dirette ad abbattere determinate difese in maniera dolce. In questo modo mi sono spostato dalla psicoanalisi verso tecniche psicodinamiche (secondo step) e di analisi transazionale (terzo step). Il limite di tutti i metodi di autoanalisi, a mio avviso, è che tendono a lavorare con l' Io, in quanto per comunicare con l'inconscio servono le immagini, le espressioni non verbali di chi ti sta di fronte, la possibilità di analizzare il transfert nella relazione. E' molto più difficile implementare tutto questo in un metodo di autoanalisi basato solo sulla parola. Questa è la ragione per cui ritengo di non dover aggiornare ulteriormente questo metodo, in quanto ritengo di aver fatto il massimo che potevo per renderlo più valido e benefico, nei limiti del possibile. Penso di aver raggiunto questo limite, non credo che sia nelle mie capacità migliorarlo ancora, e di certo non verrà migliorato nel giro di qualche mese o di un anno. Potrà aiutare a fornire nuova e importante luce su alcune nostre emozioni, pensieri e comportamenti, ma difficilmente si potrà conoscere integralmente sé stessi, dato che l'inconscio è molto vasto e questo è un compito veramente troppo ambizioso. Ora non mi resta che augurare buona vita a tutti quelli che stanno leggendo questo post, e lasciarvi il link per scaricare il programma http://www.fileserve.com/file/N3y3Yp8/autoanalisiv3.zip . Ricordate che io Piergiorgio La Guardia ne sono l'autore è che non è consentita la vendita né la diffusione se non tramite download gratuito dal link fornito su questo sito. Ricordatevi di visitare questo post prima di scaricare il file. Grazie.
Ho cercato di conservare le parti salienti e autenticamente psicoanalitiche delle versioni precedenti ( in particolare il metodo Moss per l'analisi dei sogni e dei conflitti inconsci) e di inserire domande dirette ad abbattere determinate difese in maniera dolce. In questo modo mi sono spostato dalla psicoanalisi verso tecniche psicodinamiche (secondo step) e di analisi transazionale (terzo step). Il limite di tutti i metodi di autoanalisi, a mio avviso, è che tendono a lavorare con l' Io, in quanto per comunicare con l'inconscio servono le immagini, le espressioni non verbali di chi ti sta di fronte, la possibilità di analizzare il transfert nella relazione. E' molto più difficile implementare tutto questo in un metodo di autoanalisi basato solo sulla parola. Questa è la ragione per cui ritengo di non dover aggiornare ulteriormente questo metodo, in quanto ritengo di aver fatto il massimo che potevo per renderlo più valido e benefico, nei limiti del possibile. Penso di aver raggiunto questo limite, non credo che sia nelle mie capacità migliorarlo ancora, e di certo non verrà migliorato nel giro di qualche mese o di un anno. Potrà aiutare a fornire nuova e importante luce su alcune nostre emozioni, pensieri e comportamenti, ma difficilmente si potrà conoscere integralmente sé stessi, dato che l'inconscio è molto vasto e questo è un compito veramente troppo ambizioso. Ora non mi resta che augurare buona vita a tutti quelli che stanno leggendo questo post, e lasciarvi il link per scaricare il programma http://www.fileserve.com/file/N3y3Yp8/autoanalisiv3.zip . Ricordate che io Piergiorgio La Guardia ne sono l'autore è che non è consentita la vendita né la diffusione se non tramite download gratuito dal link fornito su questo sito. Ricordatevi di visitare questo post prima di scaricare il file. Grazie.
ISTRUZIONI PER IL DOWNLOAD vai su http://www.fileserve.com/file/N3y3Yp8/autoanalisiv3.zip
e poi clicca (in basso verso destra dove c'è scritto utente gratis) sul pulsante verde "download lento". A quel punto compariranno due parole, e vicino 3 tasti piccoli blu. Dei 3 tasti blu, il primo ha due freccine, se non riesci a leggere quelle due parole premi il tasto blu con le freccine e escono fuori altre due parole. Se non le leggi, lo ripremi, finché non escono fuori della parole leggibili. A quel punto le scrivi nello spazio subito sotto, e clicchi di nuovo download più lento. A questo punto parte il conto alla rovescia di circa 30 secondi...si aspetta, e al termine cliccare di nuovo il pulsante verde "download più lento".
lunedì 28 novembre 2011
MARX: l'alienazione del plusvalore e l'umanesimo del valore-lavoro
Partiamo con una citazione da Il Capitale: “"..Appartenendo la forza produttiva alla forma utile e concreta del lavoro, non può quindi più toccare il lavoro, quando si faccia astrazione dalla sua forma concreta e utile. Quindi in qualunque maniera possa cambiare la forza produttiva , il medesimo lavoro dà sempre, in medesimi spazi di tempi, medesima grandezza di valore..”
Il valore non dipende dal numero di persone impegate, ma dalla quantità di lavoro necessario per produrre la merce in un arco di tempo fissato. Se tu costruisci un palazzo in 2 anni impiegando 5 oppure 10 persone, il valore del palazzo, in entrambi i casi, rimane costante, perché rimane fisso il tempo necessario per costruirlo, e dunque il lavoro necessario. Se sono in 5, faticheranno individualmente di più, se sono in 10, faticheranno individualmente di meno, ma il lavoro complessivo necessario per costruire il palazzo rimane costante. Infatti è come se alla fine, rimanendo costante il tempo, i lavoratori fossero sempre 5 a pieno ritmo, e non 10 che lavorano la metà. Se tu invece costruisci un palazzo in 1 anno, impiegando 5 persone, o in 2 anni impiegando sempre 5 persone, il valore del palazzo diventa diverso: questo perché il lavoro complessivo per costruire il palazzo aumenterà, essendo richiesti tempi più brevi (1 anno) per costruirlo. Infatti nel primo caso, le 5 persone dovranno lavorare il doppio, per cui il valore della merce dipende effettivamente da quest e situazioni. Ecco come gli industriali cercano di aumentare la produttività e quindi i loro profitti: stai lavorando di più, a parità di ore, perché ciò che dovresti fare in 5 ore sei costretto a farlo in 3 ore, 2 ore ecc. Questo lavoro in più non viene retribuito, perché il tuo stipendio rimane uguale. Di conseguenza, questo lavoro in più è una forma di plus-valore che andrà poi a comporre il profitto dell'imprenditore, profitto che andrà di nuovo (per i 2/3) riinvestito per generare altro plus-valore.Quindi il valore di una merce non dipende dal numero dei lavoratori, ma da quanto questi lavoratori effettivamente lavorano nell'arco di tempo stabilito. Se accorci i tempi per fare la stessa cosa, i lavoratori dovranno lavorare di più per farla, e quindi il valore della merce salirà, senza che questo valore aggiunto sia retribuito.Con l'introduzione delle macchine, si necessita dell'assunzione di meno lavoratori, ma questo comporta la necessità di aumentare costantemente la produttività per estrarre il massimo del plusvalore possibile.Es. con 10 operai puoi lavorare 10 ore per estrarre 2 ore di plusvalore, con 5 operai devi farli lavorare 20 ore per estrarre quelle 2 ore di plus valore. Di conseguenza, l'introduzione delle macchine ha messo in seria crisi i profitti, perché ha costretto a aumentare enormemente la produzione per poter ottenere lo stesso plus-valore con un minor numero di operai. L'aumento costante della produzione rende problematica la collocazione della merce, che rimane invenduta. E cosi scoppiano le crisi da sovrapproduzione,che vengono risolte in vari modi ( o aumentando i salari dei lavoratori, o incentivandoli a spendere, a consumare , anche a debito).add: penso che forza produttiva significhi in definitiva forza lavoro, ciò che ti consente di produrre. Più forza produttiva hai a disposizione, più merci puoi produrre in tempi brevi. Quindi la forza produttiva sono le condizioni necessarie alla produzione (i lavoratori e le macchine): maggiore è la forza produttiva, più alte sono le potenzialità di produrre plus-valore. . In definitiva Marx vuole dire che gli oggetti hanno un valore in quanto sono lavoro reificato, oggettivato, e che la forza lavoro staccata dal prodotto del suo lavoro non è portatrice di valore. Ecco perché Marx vuole restituire ai lavoratori i mezzi di produzione: per renderli portatrici del valore, per far si che la loro identità dei lavoratori non sia alienata dal fatto che il loro valore, trasferito nella merce, è alla mercé del Capitale e quindi lontano dalla loro coscienza, da loro stessi. Sono alienati perché gli oggetti contengono valore-lavoro che dovrebbe esser parte dell'identità dei soggetti-lavoratori, ma che non può esser parte dei soggetti-lavoratori proprio a causa della proprietà privata dei mezzi di produzione. La proprietà privata dei mezzi di produzione aliena i lavoratori dal frutto del loro lavoro, e dunque ecco che l'alienazione è la scarsa consapevolezza del valore insito nel proprio lavoro, alienazione che viene continuamente riprodotta nel capitalismo poiché si pongono i lavoratori stessi come merce: il loro valore dipende solo dal mercato, e non dal lavoro stesso.
Per dirla in termini spiccioli: se un cinese fa quello che fai tu a prezzi minori (per la legge della domanda e dell'offerta, viziata dalla creazione dell'esercito industriale di riserva, cioé dei disoccupati), il cinese sarà assunto, e il tuo valore contrattuale sarà sceso al livello del cinese. Il valore-lavoro rimane lo stesso, ma il valore di mercato (molto diverso dal valore-lavoro di cui parla Marx) cambia, per cui c'è una scissione tra valore e lavoro tipica del capitalismo. Infatti gli economisti liberali negano la teoria del plusvalore proprio perché rifiutano la possibilità di esistenza del valore-lavoro. Se accettassero il valore-lavoro, non potrebbero fare più profitti e dovrebbero gettare giù la maschera: il valore di mercato è infatti un valore inferiore al valore-lavoro, ed è il valore di riferimento proprio perché attraverso il meccanismo della concorrenza permette di pagar meno la manodopera salariata ed estrarre plusvalore.
Il valore non dipende dal numero di persone impegate, ma dalla quantità di lavoro necessario per produrre la merce in un arco di tempo fissato. Se tu costruisci un palazzo in 2 anni impiegando 5 oppure 10 persone, il valore del palazzo, in entrambi i casi, rimane costante, perché rimane fisso il tempo necessario per costruirlo, e dunque il lavoro necessario. Se sono in 5, faticheranno individualmente di più, se sono in 10, faticheranno individualmente di meno, ma il lavoro complessivo necessario per costruire il palazzo rimane costante. Infatti è come se alla fine, rimanendo costante il tempo, i lavoratori fossero sempre 5 a pieno ritmo, e non 10 che lavorano la metà. Se tu invece costruisci un palazzo in 1 anno, impiegando 5 persone, o in 2 anni impiegando sempre 5 persone, il valore del palazzo diventa diverso: questo perché il lavoro complessivo per costruire il palazzo aumenterà, essendo richiesti tempi più brevi (1 anno) per costruirlo. Infatti nel primo caso, le 5 persone dovranno lavorare il doppio, per cui il valore della merce dipende effettivamente da quest e situazioni. Ecco come gli industriali cercano di aumentare la produttività e quindi i loro profitti: stai lavorando di più, a parità di ore, perché ciò che dovresti fare in 5 ore sei costretto a farlo in 3 ore, 2 ore ecc. Questo lavoro in più non viene retribuito, perché il tuo stipendio rimane uguale. Di conseguenza, questo lavoro in più è una forma di plus-valore che andrà poi a comporre il profitto dell'imprenditore, profitto che andrà di nuovo (per i 2/3) riinvestito per generare altro plus-valore.Quindi il valore di una merce non dipende dal numero dei lavoratori, ma da quanto questi lavoratori effettivamente lavorano nell'arco di tempo stabilito. Se accorci i tempi per fare la stessa cosa, i lavoratori dovranno lavorare di più per farla, e quindi il valore della merce salirà, senza che questo valore aggiunto sia retribuito.Con l'introduzione delle macchine, si necessita dell'assunzione di meno lavoratori, ma questo comporta la necessità di aumentare costantemente la produttività per estrarre il massimo del plusvalore possibile.Es. con 10 operai puoi lavorare 10 ore per estrarre 2 ore di plusvalore, con 5 operai devi farli lavorare 20 ore per estrarre quelle 2 ore di plus valore. Di conseguenza, l'introduzione delle macchine ha messo in seria crisi i profitti, perché ha costretto a aumentare enormemente la produzione per poter ottenere lo stesso plus-valore con un minor numero di operai. L'aumento costante della produzione rende problematica la collocazione della merce, che rimane invenduta. E cosi scoppiano le crisi da sovrapproduzione,che vengono risolte in vari modi ( o aumentando i salari dei lavoratori, o incentivandoli a spendere, a consumare , anche a debito).add: penso che forza produttiva significhi in definitiva forza lavoro, ciò che ti consente di produrre. Più forza produttiva hai a disposizione, più merci puoi produrre in tempi brevi. Quindi la forza produttiva sono le condizioni necessarie alla produzione (i lavoratori e le macchine): maggiore è la forza produttiva, più alte sono le potenzialità di produrre plus-valore. . In definitiva Marx vuole dire che gli oggetti hanno un valore in quanto sono lavoro reificato, oggettivato, e che la forza lavoro staccata dal prodotto del suo lavoro non è portatrice di valore. Ecco perché Marx vuole restituire ai lavoratori i mezzi di produzione: per renderli portatrici del valore, per far si che la loro identità dei lavoratori non sia alienata dal fatto che il loro valore, trasferito nella merce, è alla mercé del Capitale e quindi lontano dalla loro coscienza, da loro stessi. Sono alienati perché gli oggetti contengono valore-lavoro che dovrebbe esser parte dell'identità dei soggetti-lavoratori, ma che non può esser parte dei soggetti-lavoratori proprio a causa della proprietà privata dei mezzi di produzione. La proprietà privata dei mezzi di produzione aliena i lavoratori dal frutto del loro lavoro, e dunque ecco che l'alienazione è la scarsa consapevolezza del valore insito nel proprio lavoro, alienazione che viene continuamente riprodotta nel capitalismo poiché si pongono i lavoratori stessi come merce: il loro valore dipende solo dal mercato, e non dal lavoro stesso.
Per dirla in termini spiccioli: se un cinese fa quello che fai tu a prezzi minori (per la legge della domanda e dell'offerta, viziata dalla creazione dell'esercito industriale di riserva, cioé dei disoccupati), il cinese sarà assunto, e il tuo valore contrattuale sarà sceso al livello del cinese. Il valore-lavoro rimane lo stesso, ma il valore di mercato (molto diverso dal valore-lavoro di cui parla Marx) cambia, per cui c'è una scissione tra valore e lavoro tipica del capitalismo. Infatti gli economisti liberali negano la teoria del plusvalore proprio perché rifiutano la possibilità di esistenza del valore-lavoro. Se accettassero il valore-lavoro, non potrebbero fare più profitti e dovrebbero gettare giù la maschera: il valore di mercato è infatti un valore inferiore al valore-lavoro, ed è il valore di riferimento proprio perché attraverso il meccanismo della concorrenza permette di pagar meno la manodopera salariata ed estrarre plusvalore.
LENIN E LA DEMOCRAZIA ANTICA
In stato e rivoluzione Lenin parlò della burocrazia e dell'esercito permanente come delle de istituzioni più caratteristiche del periodo borghese di potere statale centralizzato; e osservò che, in ambiente capitalista, persino i funzionari di partito e gli organizzatori sindacali "tendono a pervertirsi in burocrati, cioé in individui che si pongono fuori dalle masse e sopra le masse". Nelle "tesi... d'aprile", Lenin chiese "l'abolizione della polizia, dell'esercito, della burocrazia"; e in Stato e rivoluzione, si richiamò all'esempio della DEMOCRAZIA ANTICA, in cui i cittadini erano insieme amministratori: " Sotto il socialismo vedremo inevitabilmente rivivere , per molti aspetti, la democrazia primitiva, poiché per la prima volta nella storia delle società civilizzate la massa della popolazione otterrà una partecipazione indipendente non soltanto alle votazioni e alle elezioni, ma all'AMMINISTRAZIONE QUOTIDIANA. SOtto il socialismo, tutti, a turno, amministreranno, e rapidamente s'abitueranno all'amministrazione di nessuno." (Lenin). Questo dimostra che Lenin era un vero socialista, e che molti sedicenti socialismi sono delle dittature di destra. Il vero spirito del socialismo è la democrazia diretta, spirito che trova echi in Rousseau, quando nel contratto sociale dice: "Se il popolo si da dei rappresentanti, non è più libero".
domenica 20 novembre 2011
COMUNITARISMO DEMOCRATICO SOLIDALE vs TOTALITARISMO SOCIAL-CAPITALISTICO (=FASCISTA) o DI MERCATO - SOLIDALE DEMOCRATIC COMMUNITARIANISM
Riguardo al libro: il capitalismo divino. Caro nuke, ho dato una prima occhiata al libro...lo leggerò con maggiore attenzione (per poter approfondire meglio e correggere alcuni possibili fraintendimenti) , ma già ci sono alcune cose che ritengo di dover precisare: credo che occorra distinguere tra lo stato sociale-totalitario fascista tipico del capitalismo irriflessivo e quindi del contemporaneo nostalgico, e il comunitarismo democratico solidale. Il comunitarismo è qualcosa che esiste prima dello stato social-fascista: se nello stato sociale gli individui sono nulla e lo stato assistenziale è tutto, questo è un effetto politico del capitalismo dovuto all'assenza di comunitarismo. Mi spiego meglio: l'avvento del capitalismo è l'avvento della scissione, della frammentazione della comunità, per cui nascono i partiti (Che sono espressione di questa frammentazione di interessi), e per reazione i totalitarismi: lo stato è tutto e l'individuo nulla, oppure lo stato è nulla e l'individuo è tutto. Ma questo è un modo di essere della realtà borghese che non trova verità nella natura dell'uomo, che è un essere prima di tutto individuale e comunitario, in cui gli individui assieme sono comunità solidale (che è sociale a livello più alto) e politica. Ora, il mantenere questa scissione si manifesta a livello politico nella permanenza dell'idea di partito, che è un'idea a mio avviso totalitaria (perché anti-comunitaria, nelle sue varianti individualista-parlamentare e fascista). In conclusione, non credo che il taoismo sia intrinsecamente capitalista (in quanto considero l'armonia dialettica taoistacome un vantaggio, come un evitamento del ripetersi capitalistico-cristiano della scissione, come espressione autentica del comunitarismo), né credo che oggi un cristianesimo (in cui c'è già la scissione assente nelle altre religioni, quella tra Dio onnipotente e uomo peccatore, tra cielo e terra) possa fornire responsabilità individuale utile al rinnovamento politico. Nessun partito può assicurare la democrazia, perché la forma partito è in sé totalitaria, è un'idea contro le altre. Il partito è l'espressione della scissione, che si accompagna al processo di frammentazione delle comunità dovuto allo sviluppo del capitalismo. Penso che attaccare il taoismo significhi perpetrare la scissione, che invece dovrebbe essere attaccata. Forse Hegel ha attaccato la scissione soltanto col pensiero, e non nella realtà materiale, economica, come ha iniziato a fare Marx.Però fondamentalmente lo scopo di Hegel era condivisibile, e non ideologico, a mio parere. Ritengo che un certo post-modernismo, identificando la comunità con lo Stato totalitario-sociale, faccia il gioco del capitale.
Concerning the book: "il capitalismo divino". Dear nuke, I have read it rapidly and, even though I am going to read it more carefully, I have some things to say: One has to distinguish between social-totalitarian fascist state and communitarian-solidale state. The first one is typical of non-reflective capitalism and of the contemporary nostalgic, and is the effect of division (individual vs collective or collective vs individual )due to the absence of community. The birth of capital is the birth of division, the division inside community, with the consequent birth of political parties and, as a reaction, of totalitarian states led by a party. This is a way of existence of capital which does not find truth in the nature of human being, who is at the same time individual AND capable of making with the others a political community. The persistance of division shows itself in the persistance of a totalitarian idea, that of "party" (in two forms: individualistic parliamentary, and fascist). Taoism is not, according to me, intrinsecally capitalistic: I think the dialectic harmony of taoism is a way to escape from christian-capitalistic divisio. The party is something intrinsecally totalitarian, it is a symbol of division, and something which is parallel to the division of community due to capitalistic development. Maybe Hegel and taoism have attacked division only in thought, and not in material economic reality, as Marx, but I think their goal of attacking the capitalistic-christian reproduction of the division is shareable, because it is dialectic (it does not exclude the negative).
Concerning the book: "il capitalismo divino". Dear nuke, I have read it rapidly and, even though I am going to read it more carefully, I have some things to say: One has to distinguish between social-totalitarian fascist state and communitarian-solidale state. The first one is typical of non-reflective capitalism and of the contemporary nostalgic, and is the effect of division (individual vs collective or collective vs individual )due to the absence of community. The birth of capital is the birth of division, the division inside community, with the consequent birth of political parties and, as a reaction, of totalitarian states led by a party. This is a way of existence of capital which does not find truth in the nature of human being, who is at the same time individual AND capable of making with the others a political community. The persistance of division shows itself in the persistance of a totalitarian idea, that of "party" (in two forms: individualistic parliamentary, and fascist). Taoism is not, according to me, intrinsecally capitalistic: I think the dialectic harmony of taoism is a way to escape from christian-capitalistic divisio. The party is something intrinsecally totalitarian, it is a symbol of division, and something which is parallel to the division of community due to capitalistic development. Maybe Hegel and taoism have attacked division only in thought, and not in material economic reality, as Marx, but I think their goal of attacking the capitalistic-christian reproduction of the division is shareable, because it is dialectic (it does not exclude the negative).
domenica 13 novembre 2011
LA CRISI IN GRECIA, IN ITALIA NEGLI STATI UNITI; LA GOLDMAN SACHS. THE ECONOMIC CRISIS AND THE ROLE OF GOLDMAN SACHS
The solution for the crisis is the investment of money in productive sectors and the regulation of the market by powerful and popular-democratic governments, which are not involved in the interests of the banks.
La soluzione della crisi sta nell'investire soldi in settori produttivi e nel regolare il mercato con leggi ad hoc, cosa che solo un governo forte, democratico-popolare e indipendente può fare.
On this page interesting links on the economic crisis are published:
Su questa pagina sono pubblicati link sulla crisi economica:
http://www.facebook.com/#!/pages/Colidedico-comunitarismo-libertario-democratico-dialogico-greco/171181692906100
English translations:http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=it&tl=en&u=http%3A%2F%2Fwww.ariannaeditrice.it%2Farticolo.php%3Fid_articolo%3D33531
http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=it&tl=en&u=http%3A%2F%2Fwww.ilfattoquotidiano.it%2F2011%2F11%2F11%2Fgoldman-sachs-lato-ombra-draghi-monti%2F169987%2F%23.Tr-gt_qlhFl.facebook
http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=it&tl=en&u=http%3A%2F%2Fwww.comedonchisciotte.org%2Fsite%2Fmodules.php%3Fname%3DNews%26file%3Darticle%26sid%3D9308
La soluzione della crisi sta nell'investire soldi in settori produttivi e nel regolare il mercato con leggi ad hoc, cosa che solo un governo forte, democratico-popolare e indipendente può fare.
On this page interesting links on the economic crisis are published:
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sabato 12 novembre 2011
SOCIAL AND POLITICAL RIGHTS OR FREEDOM TO SPEND?
Inequalities, after the seventies, have increased. This is due to the fact that the new economy is worse than keynesian economics, because the state is not supposed to invest (which is different from wasting money), but is only su...pposed to save banks from bankruptcy (!). It is not only a matter of wastes...Saving private banks is a waste of money too, it means privitizing profits and socializing debts! Another problem, is that money are not invested in production... I don't think the way economy is led can bring more social justice : the goal here is freedom to buy, freedom to spend, not social rights, which are something different . With a State which has no productive role, it is much more difficult to pay the debt: The State can only do that by increasing taxes, which leads to less productivity (delocalization of industries) or tax frauds. Moreover, there is less political power in economic matters, which makes more difficult for social rights to be defended. Piergiorgio La Guardia
Le diseguaglianze sono cresciute dopo gli anni settanta. Questo perché lo stato, rispetto a quando c'era il keynesismo, non può spendere, ma gli è concesso solo salvare le banche (!). Non è un problema di sprechi. Salvare le banche è uno spreco, perché significa privatizzare i profitti e socializzare le perdite. Un altro problema, è che i soldi non sono investiti nella produzione. L'obiettivo è la libertà di comprare, non i diritti sociali. Con uno stato che non ha un ruolo produttivo, è difficile pagare il debito: lo stato può farlo solo aumentando le tasse, che conduce a minore produttività (delocalizzazione delle industrie), evasione fiscale e peggioramento delle condizioni di lavoro. Inoltre, c'è molto meno potere politico in materia economica, ciò che rende più difficile la difesa dei diritti sociali.
Piergiorgio La Guardia
Le diseguaglianze sono cresciute dopo gli anni settanta. Questo perché lo stato, rispetto a quando c'era il keynesismo, non può spendere, ma gli è concesso solo salvare le banche (!). Non è un problema di sprechi. Salvare le banche è uno spreco, perché significa privatizzare i profitti e socializzare le perdite. Un altro problema, è che i soldi non sono investiti nella produzione. L'obiettivo è la libertà di comprare, non i diritti sociali. Con uno stato che non ha un ruolo produttivo, è difficile pagare il debito: lo stato può farlo solo aumentando le tasse, che conduce a minore produttività (delocalizzazione delle industrie), evasione fiscale e peggioramento delle condizioni di lavoro. Inoltre, c'è molto meno potere politico in materia economica, ciò che rende più difficile la difesa dei diritti sociali.
Piergiorgio La Guardia
martedì 1 novembre 2011
Uno sguardo sul neo-liberismo - an insight in to neo-liberalism
"La libertà economica dei liberisti, si oppone a misure che aumentino il benessere della popolazione. Coloro che propongono la libertà eco...nomica, non sono interessati a promuovere la partecipazione delle masse nelle decisioni politiche. La libertà economica, si oppone al diritto alla salute, all'istruzione e a sussidi pubblici alle arti, specialmente se vanno finanziati con un aumento delle tasse. La libertà economica per i liberali, significa libertà di scegliere. Libertà di investire. Chiamiamola per quello che è : libertà di comprare. Ciò che è sorprendente, è che molta gente la pensa cosi. Molti americani si definiscono per il tipo di acquisti che fanno...Di conseguenza la libertà di comprare, dopo una moda, è diventata un diritto politico. Fermo restando questo, sforzi per far tornare indietro la globalizzazione porterebbero ad aumenti di prezzi in grado di minacciare uno stile di vita. Saranno visti da una buona parte della popolazione come un attacco alla libertà stabilita. (Galbraith, the predator state, professore alla john hopkins university, keynesiano) Ecco dove occorre lavorare dal punto di vista psicologico-antropologico: occorre cercare di influenzare l'inconscio delle masse, e portarle vie dalla prigione del desiderio compulsivo innestato in loro dal meccanismo manipolatorio della pubblicità e dell'ideologia politica neo-liberale. Ecco il senso del mio post: metodi efficaci di protesta popolare.
The economic freedom of liberalism, is against measures which increase the well being of population, and give them political power. Economic freedom, is intended as freedom to choice, freedom to invest, ultimately as freedom to shop. The incredible thing is that a lot of people has come to think so [has accepted this ideology]. Many american define themselves according to the kind of things they buy. As a consequence, the freedom to shop, after a fashion, has become a political right. Efforts to reverse globalization trade, could lead to rising prices in goods, and could threaten a way of life. They would be seen, by a good part of the population, as an attack to freedom. (Galbraith, the predator state).
This is why we have to work from the anthropological-psychological point of view on the masses, in order to free their unconscious from the compulsive desire for goods, instilled in them by advertising and political ideology. This is the meaning of my post: "metodi efficaci di protesta popolare".
The economic freedom of liberalism, is against measures which increase the well being of population, and give them political power. Economic freedom, is intended as freedom to choice, freedom to invest, ultimately as freedom to shop. The incredible thing is that a lot of people has come to think so [has accepted this ideology]. Many american define themselves according to the kind of things they buy. As a consequence, the freedom to shop, after a fashion, has become a political right. Efforts to reverse globalization trade, could lead to rising prices in goods, and could threaten a way of life. They would be seen, by a good part of the population, as an attack to freedom. (Galbraith, the predator state).
This is why we have to work from the anthropological-psychological point of view on the masses, in order to free their unconscious from the compulsive desire for goods, instilled in them by advertising and political ideology. This is the meaning of my post: "metodi efficaci di protesta popolare".
domenica 16 ottobre 2011
ANTI-IMPERIALISMO: capitalistico e anticapitalistico
Voglio proporre ai lettori questa riflessione: la Cina si sta affermando dal punto di vista economico, mentre dal punto di vista militare sono ancora gli Stati Uniti a dominare la scena (e questo ha delle conseguenze, anche a livello economico).
Questo post vuole riflettere sull'anti-imperialismo, che può essere usato a scopo ideologico oppure no.
Se consideriamo la Cina un capitalismo, allora è chiaro che la Cina voglia delegittimare la forza militare statunitense per poter acquisire dominio anche sull'unico campo in cui è indietro rispetto agli USA. Quale miglior antidoto, per delegittimare la potenza statunitense, dell'Antiimperialismo?
In questo caso l'antiimperialismo sarebbe ideologico, perché non sarebbe associato all'anticapitalismo, ma alla semplice sostituzione della potenza militare statunitense con quella cinese.
Dunque, se la Cina è un capitalismo, allora non basta essere antiimperialisti, per esser anticapitalisti: occorre anche non essere filo-cinesi (benché si possano condividere certe riflessioni dei filo-cinesi).
Se invece la Cina non è un capitalismo, allora le posizioni anti-imperialiste odierne dei filo-cinesi possono essere assimilate a posizioni anticapitaliste.
La mia sensazione è che al momento la Cina sia un paese coinvolto nel capitalismo globlale e funzionale ad esso, per il fatto che consente alle multinazionali di produrre in Cina, perché i salari dei cinesi sono bassi e le ore di lavoro molto elevate. Il salario è qualcosa che Marx associa ineluttabilmente al capitale, cosi come lo sfruttamento della manodopera e gli orari di lavoro massacranti (si legga il primo libro del Capitale).
Queste ragioni di struttura economica che porto, servono per confermare il fatto che la Cina sia economicamente un capitalismo, mentre per smentire che la Cina sia un comunismo, occorre portare delle ragioni politiche. Se queste assunzioni che faccio sono smentibili, sono lieto di essere smentito con le prove.
Questo post vuole riflettere sull'anti-imperialismo, che può essere usato a scopo ideologico oppure no.
Se consideriamo la Cina un capitalismo, allora è chiaro che la Cina voglia delegittimare la forza militare statunitense per poter acquisire dominio anche sull'unico campo in cui è indietro rispetto agli USA. Quale miglior antidoto, per delegittimare la potenza statunitense, dell'Antiimperialismo?
In questo caso l'antiimperialismo sarebbe ideologico, perché non sarebbe associato all'anticapitalismo, ma alla semplice sostituzione della potenza militare statunitense con quella cinese.
Dunque, se la Cina è un capitalismo, allora non basta essere antiimperialisti, per esser anticapitalisti: occorre anche non essere filo-cinesi (benché si possano condividere certe riflessioni dei filo-cinesi).
Se invece la Cina non è un capitalismo, allora le posizioni anti-imperialiste odierne dei filo-cinesi possono essere assimilate a posizioni anticapitaliste.
La mia sensazione è che al momento la Cina sia un paese coinvolto nel capitalismo globlale e funzionale ad esso, per il fatto che consente alle multinazionali di produrre in Cina, perché i salari dei cinesi sono bassi e le ore di lavoro molto elevate. Il salario è qualcosa che Marx associa ineluttabilmente al capitale, cosi come lo sfruttamento della manodopera e gli orari di lavoro massacranti (si legga il primo libro del Capitale).
Queste ragioni di struttura economica che porto, servono per confermare il fatto che la Cina sia economicamente un capitalismo, mentre per smentire che la Cina sia un comunismo, occorre portare delle ragioni politiche. Se queste assunzioni che faccio sono smentibili, sono lieto di essere smentito con le prove.
giovedì 13 ottobre 2011
METODI EFFICACI DI PROTESTA POPOLARE
Qualsiasi organizzazione popolare che voglia produrre effetti di democraticizzazione economica, militare e politica, deve essere una forza diffusa sul territorio ( un territorio che deve essere molto vasto, una forza diffusa in tutti i continenti). Piccole cellule sparse ovunque nel globo, devono cercare di reclutare milioni di persone nelle proteste civili, e devono farlo in contemporanea. L'elemento mediatico dello scontro non deve essere sottovalutato, perché è attraverso i media che si addestra la consapevolezza delle masse. Le masse hanno bisogno di un' organizzazione che permetta loro di farsi largo sui media non come singoli individui (quello significherebbe subire l'inculturazione borghese attraverso i media), ma come gruppo sociale amplissimo e variegato, che ha richieste economico-politiche comuni.
Il motivo per cui gli scioperi dei lavoratori non ottengono risultati, non è dovuto al fatto che lo sciopero in sé sia inutile, ma è dovuto a due componenti:
1. I sindacati mondiali sono divisi, l'elite capitalistica è unita.
2. L'elite sa condizionare le masse attraverso i media, per comunicare la sua verità su come sarebbe la situazione economica, quella militare, quella politica ecc. Le masse invece non sono in grado di orientare le elite, perché non sono condotte da un'organizzazione trans-nazionale in grado di dare un risvolto mediatico forte, e ripetuto incessantemente, alle proteste.
Abbiamo assunto che l'organizzazione deve essere:
1. ramificata
2. al di la delle ideologie
3. essere in grado di proporre a ogni componente del popolo una forma di protesta legale, ripetuta, e che abbia un risalto mediatico capace di indurre, se esercitata ripetutamente negli anni e nel rispetto della legalità, timore nell'elite (attraverso lo studio di slogan, coreografie ad effetto, anche violente se nei limiti del permesso), senza violare la legge.
Quindi rispetto alla disobbedienza civile classica, le caratteristiche di questa disobbedienza dovrebbero essere:
1. la sua internazionalità
2. La sua capacità di reclutare molta gente (milioni, di tutti i continenti), per il fatto che si garantisce l'uso di forme legali e allo stesso tempo incisive (perché colpiscono le emozioni, l'inconscio) di protesta.
Infatti molta gente vorrebbe protestare, ma non lo fa:
1. perché le proteste solo locali non sortiscono effetti.
2. perché hanno paura di partecipare a proteste illegali in cui rischiano di violare la legge.
I membri dell'organizzazione dovrebbero studiare una coreografia capace di incutere paura nel bersaglio della protesta, rappresentato appunto da elite politico-economiche e militari internazionali, senza violare la legge. Dovrebbero ripetere questa coreografia per parecchie volte, cambiandola leggermente di volta in volta, proprio come fanno i media con la loro razione di menzogne quotidiane. Queste proteste dovrebbero ripetersi per anni e anni e coinvolgere milioni di persone contemporaneamente, grazie alla ramificazione sul territorio: alla fine, se si riesce a veicolare emozioni attraverso lo schermo, si ottiene per forza un effetto. Occorre penetrare i media e suscitare un effetto, effetto che si vede solo se queste azioni vengono ripetute nel tempo, coinvolgono milioni di civili (per avere un risvolto mediatico) e suscitano emozioni forti.
Il motivo per cui gli scioperi dei lavoratori non ottengono risultati, non è dovuto al fatto che lo sciopero in sé sia inutile, ma è dovuto a due componenti:
1. I sindacati mondiali sono divisi, l'elite capitalistica è unita.
2. L'elite sa condizionare le masse attraverso i media, per comunicare la sua verità su come sarebbe la situazione economica, quella militare, quella politica ecc. Le masse invece non sono in grado di orientare le elite, perché non sono condotte da un'organizzazione trans-nazionale in grado di dare un risvolto mediatico forte, e ripetuto incessantemente, alle proteste.
Abbiamo assunto che l'organizzazione deve essere:
1. ramificata
2. al di la delle ideologie
3. essere in grado di proporre a ogni componente del popolo una forma di protesta legale, ripetuta, e che abbia un risalto mediatico capace di indurre, se esercitata ripetutamente negli anni e nel rispetto della legalità, timore nell'elite (attraverso lo studio di slogan, coreografie ad effetto, anche violente se nei limiti del permesso), senza violare la legge.
Quindi rispetto alla disobbedienza civile classica, le caratteristiche di questa disobbedienza dovrebbero essere:
1. la sua internazionalità
2. La sua capacità di reclutare molta gente (milioni, di tutti i continenti), per il fatto che si garantisce l'uso di forme legali e allo stesso tempo incisive (perché colpiscono le emozioni, l'inconscio) di protesta.
Infatti molta gente vorrebbe protestare, ma non lo fa:
1. perché le proteste solo locali non sortiscono effetti.
2. perché hanno paura di partecipare a proteste illegali in cui rischiano di violare la legge.
I membri dell'organizzazione dovrebbero studiare una coreografia capace di incutere paura nel bersaglio della protesta, rappresentato appunto da elite politico-economiche e militari internazionali, senza violare la legge. Dovrebbero ripetere questa coreografia per parecchie volte, cambiandola leggermente di volta in volta, proprio come fanno i media con la loro razione di menzogne quotidiane. Queste proteste dovrebbero ripetersi per anni e anni e coinvolgere milioni di persone contemporaneamente, grazie alla ramificazione sul territorio: alla fine, se si riesce a veicolare emozioni attraverso lo schermo, si ottiene per forza un effetto. Occorre penetrare i media e suscitare un effetto, effetto che si vede solo se queste azioni vengono ripetute nel tempo, coinvolgono milioni di civili (per avere un risvolto mediatico) e suscitano emozioni forti.
martedì 4 ottobre 2011
Il contro-transfert soggettivo
In psicoanalisi, si sostiene che l'individuo passi attraverso diverse fasi successive di sviluppo, in cui si presentano prove da superare: nel caso in cui una di queste non venga superata, si osserverà l'esistenza di un conflitto inconscio che avrà delle conseguenze sul soggetto.
Il contro-transfert è in definitiva costituito da emozioni provate dall'analista durante una seduta, quando si trova ad essere l'osservatore degli schemi relazionali che il paziente ripete continuamente, in seduta come nella vita.
Le emozioni provate dall'analista possono essere oggettive, quando l'analista prova le emozioni (e anche i pensieri) del genitore o del paziente stesso, senza sentirle come proprie: in questo caso, l'analista capisce il paziente e lo aiuta a superare il conflitto. Si parla a proposito di contro-transfert oggettivo.
Il contro-transfert è invece soggettivo, quando queste emozioni suscitate dal paziente, risvegliano nell'analista delle emozioni simili a quelle del paziente, ma che l'analista non è in grado di gestire, perché sono emozioni dell'analista stesso, dovute a un conflitto irrisolto dell'analista. In questo caso l'analista non può aiutare il paziente, perché lui stesso non è riuscito a risolvere il conflitto corrispondente a quello stadio dello sviluppo.
Assumiamo che l'analista, quando era molto piccolo, abbia avuto una madre narcisista che ritirava il suo affetto nel momento in cui il bambino non accettava di ubbidire a tutti i suoi bisogni.
Nel momento in cui l'analista troverà un paziente dall'atteggiamento simile a quello di sua madre (magari un paziente ipercritico, esigente, rabbioso), forse potrà diagnosticare correttamente la presenza, in questo paziente, di un disturbo narcisistico, ma senz'altro si potrà dire con certezza che l'analista non sarà in grado di aiutarlo, perché lui stesso ha un conflitto relativo a quello stadio dello sviluppo. L'analista tenderà infatti a identificare il paziente con la madre deprivante, cioé a vivere un controtransfert soggettivo, o tenderà a rinforzare le difese del paziente per evitare di rivivere e riconoscere il proprio conflitto, segnalato dal controtransfert soggettivo.
Occorre monitorare attentamente il contro-transfert per rendersi conto della presenza di conflitti irrisolti.
Bibliografia:
Albarella - il controtransfert
Schoenewolf - 111 common therapeutic blunders
Il contro-transfert è in definitiva costituito da emozioni provate dall'analista durante una seduta, quando si trova ad essere l'osservatore degli schemi relazionali che il paziente ripete continuamente, in seduta come nella vita.
Le emozioni provate dall'analista possono essere oggettive, quando l'analista prova le emozioni (e anche i pensieri) del genitore o del paziente stesso, senza sentirle come proprie: in questo caso, l'analista capisce il paziente e lo aiuta a superare il conflitto. Si parla a proposito di contro-transfert oggettivo.
Il contro-transfert è invece soggettivo, quando queste emozioni suscitate dal paziente, risvegliano nell'analista delle emozioni simili a quelle del paziente, ma che l'analista non è in grado di gestire, perché sono emozioni dell'analista stesso, dovute a un conflitto irrisolto dell'analista. In questo caso l'analista non può aiutare il paziente, perché lui stesso non è riuscito a risolvere il conflitto corrispondente a quello stadio dello sviluppo.
Assumiamo che l'analista, quando era molto piccolo, abbia avuto una madre narcisista che ritirava il suo affetto nel momento in cui il bambino non accettava di ubbidire a tutti i suoi bisogni.
Nel momento in cui l'analista troverà un paziente dall'atteggiamento simile a quello di sua madre (magari un paziente ipercritico, esigente, rabbioso), forse potrà diagnosticare correttamente la presenza, in questo paziente, di un disturbo narcisistico, ma senz'altro si potrà dire con certezza che l'analista non sarà in grado di aiutarlo, perché lui stesso ha un conflitto relativo a quello stadio dello sviluppo. L'analista tenderà infatti a identificare il paziente con la madre deprivante, cioé a vivere un controtransfert soggettivo, o tenderà a rinforzare le difese del paziente per evitare di rivivere e riconoscere il proprio conflitto, segnalato dal controtransfert soggettivo.
Occorre monitorare attentamente il contro-transfert per rendersi conto della presenza di conflitti irrisolti.
Bibliografia:
Albarella - il controtransfert
Schoenewolf - 111 common therapeutic blunders
lunedì 3 ottobre 2011
Un breve commento a questo articolo di geopolitica
http://www.eurasia-rivista.org/gli-usa-allattacco-della-francia/11467/
concordo pienamente con l'articolo, specialmente quando afferma che in Francia c'è un tipo di integrazione delle minoranze molto diversa, fondata più su quello che oserei chiamare assimilazionismo, piuttosto che sul multiculturalismo. In particolare si tende a convertire l'immigrato ai valori repubblicani e alla cultura francese (assimilazionismo), piuttosto che settarizzarlo e lasciarlo alle usanze del suo paese. Credo che la Francia riesca, grazie al suo forte spirito identitario, a operare bene in questo senso (e ad essere molto persuasiva), e credo che una eventuale operazione americana volta a destabilizzare questo tipo di integrazione sia un'operazione volta in definitiva a destabilizzare la Francia.
domenica 25 settembre 2011
L'IMPORTANZA DELL'ETICA NELLA PRATICA DEMOCRATICA
La morale, presente per esempio in quella che ho definito "la dialettica della lotta", ma presente anche in orizzonti politici come quello liberale (es. Gheddafi è un dittatore, un mostro, noi invece siamo i liberi), o in orizzonti PSEUDO-culturali come quelli che si rifanno il mito della razza, è caratterizzata dalla visione di opposti che si escludono, e non opposti che si includono generando gradazioni. La dialettica dei distinti (vedi Croce) potrà anche essere considerata borghese (come affermava Gramsci), ma la dialettica di opposti che si includono, che comunicano, che non sono appunto dei distinti separati per sempre, secondo me non è affatto "borghese". Veniamo al dunque: questo post voleva parlare di etica e di morale. La morale, in quanto imposizione di un significato, in quanto dover essere, è sicuramente l'espressione di un potere di classe, o di un tentativo di egemonia di classe (sia essa quella dei preti, dei comunisti, degli imperialisti ecc.). La morale è ideologia al servizio del potere, e non a caso Freud l'ha fatta coincidere con i divieti del super-io, cioé del potere paterno.
I divieti imposti dall'alto cioé la morale, sono qualcosa di più di un ostacolo all'azione. Sono un ostacolo allo svilupparsi di un'etica democratica, cioé di un potere democratico.
L'etica è infatti frutto di un accordo tra i componenti di una comunità, che sancisce il significato da assegnare a una determinata azione. Il codice etico è il frutto di attribuzioni di significato concordate tra i membri di una comunità, ed è il frutto di un dialogo democratico, perché presuppone la accettazione dei suoi contenuti da parte di tutti.
Dunque ciò che caratterizza una comunità è un' etica condivisa,
ovvero la capacità di attribuire significati attraverso il vivere comune, il dialogo.
La costruzione dialogica del significato è oggi sempre più rara, in quanto il linguaggio è sempre più usato a scopi manipolatori e propagandistici...la rapidità della vita nell'orizzonte capitalistico impedisce fisiologicamente legami duraturi e un dialogo spontaneo (si veda Zygmunt Bauman). La psicoanalisi è un'avventura etica, che sfida le tendenze del nostro tempo, in quanto rappresenta una pratica di demistificazione del potere (le censure, i divieti del super-io), e di costruzione bipersonale del significato del mondo inconscio rivelato tramite le libere associazioni.
Anche la scienza, in generale, dovrebbe porsi in questa prospettiva, demistificando le idee preconcette che non sono in accordo con l'osservazione.
I divieti imposti dall'alto cioé la morale, sono qualcosa di più di un ostacolo all'azione. Sono un ostacolo allo svilupparsi di un'etica democratica, cioé di un potere democratico.
L'etica è infatti frutto di un accordo tra i componenti di una comunità, che sancisce il significato da assegnare a una determinata azione. Il codice etico è il frutto di attribuzioni di significato concordate tra i membri di una comunità, ed è il frutto di un dialogo democratico, perché presuppone la accettazione dei suoi contenuti da parte di tutti.
Dunque ciò che caratterizza una comunità è un' etica condivisa,
ovvero la capacità di attribuire significati attraverso il vivere comune, il dialogo.
La costruzione dialogica del significato è oggi sempre più rara, in quanto il linguaggio è sempre più usato a scopi manipolatori e propagandistici...la rapidità della vita nell'orizzonte capitalistico impedisce fisiologicamente legami duraturi e un dialogo spontaneo (si veda Zygmunt Bauman). La psicoanalisi è un'avventura etica, che sfida le tendenze del nostro tempo, in quanto rappresenta una pratica di demistificazione del potere (le censure, i divieti del super-io), e di costruzione bipersonale del significato del mondo inconscio rivelato tramite le libere associazioni.
Anche la scienza, in generale, dovrebbe porsi in questa prospettiva, demistificando le idee preconcette che non sono in accordo con l'osservazione.
Dialettica del Capitale vs Dialettica della lotta: La dialettica nella tradizione marxista
Che cosa è il marxismo? Come le domande scientifiche sulla natura della luce, cosi anche il marxismo è qualcosa che non si potrà mai definire in maniera esaustiva. Di certo il pensiero dialettico, l'idea di un positivo e di un negativo che interagiscono per dare un risultato storico, è presente. Ma questa dialettica politica, sarà poi la dialettica hegeliana, o qualcosa di diverso? Perché inneffetti che cosa è il marxismo, se non la dottrina politica della lotta tra borghesia e proletariato? Una lotta tra il positivo e il negativo? Questa lotta fra polarità opposte, che non si mescolano, è indice di una sintesi che per Marx avviene nel futuro, e non nel presente (come per Hegel). Per Hegel il negativo è positivo, e viceversa; come nello yin e nello yang i colori nero e bianco in un certo qual modo si attraversano, si compenetrano, dando la realtà. In Marx, e specialmente in Lenin, invece, non esiste una sintesi accettabile nel presente, ma permane la scissione tra gli opposti. La sintesi poi, intesa come il raggiungimento del socialismo, appare come qualcosa di altro rispetto al reale, qualcosa di metafisicamente proiettato nel futuro. La dialettica di Hegel viene stravolta, il presente della sintesi diventa il futuro comunismo paradisiaco di una metafisica che ricorda molto quella cristiana. Il positivo e il negativo, che si compenetrano, diventano qui due opposti in lotta, due irriducibili: impossibile sperare che la loro unione sia la realtà, perché la realtà è ciò che deve venire, cioé la razionalità del comunismo, mentre il presente altro non è che scissione, irrazionalità capitalistica. La storia allora diventa l'orizzonte per scegliere moralmente da che parte stare, se coi buoni (i proletari) o con gli sfruttatori (i borghesi): diventa cioé il pretesto per una teologia morale che si converte in moralismo politico, e poi in autoritarismo.
La crisi del marxismo è la crisi di un modo di vedere il mondo. La crisi è frutto a mio avviso di una dialettica della lotta, che subordina la prassi alla razionalità, per cui la scissione all'interno del partito riflette la scissione che caratterizza l'osservazione che il marxista fa del presente.
Cosa recuperare del Marxismo? Più che del marxismo, sarebbe opportuno rimeditare Marx, che può ancora insegnare molto. Innanzitutto, in Marx, c'è una realtà razionale, presente, e questa realtà sarebbe svelata dalle analisi economiche che Marx fa nel Capitale. Quindi non c'è solamente una prassi politica di lotta, ma c'è una fase di studio davvero dialettico (perché stavolta nell'economia, al contrario che nella politica, le due classi sono unite nel fenomeno economico del capitalismo). Il vero problema del marxismo, è che non ha una scienza economica aggiornata ai tempi odierni, usando il metodo di Marx. Di conseguenza non è capace di impostare una prassi politica razionale, basata cioé sulla realtà (realtà che solo un metodo di indagine economica come quello Marxiano può dare, e non la semplice lotta politica fine a sé stessa e non veramente dialettica, se intendiamo con dialettica qualcosa che ricomprenda i due opposti, cioé la sintesi, il Reale).
Credo che le analisi economiche di Marx fossero davvero dialettiche nel senso Hegeliano del termine, mentre credo che la prassi politica dei marxisti utilizzi una dialettica della lotta molto lontana sia dalla dialettica del capitale che da quella hegeliana: una dialettica che non permette di capire cioé il reale. Da qui, a mio parere, la confusione dei partiti politici marxisti. Alcuni, nella prassi, hanno persino abbandonato la dialettica della lotta (o del reale A VENIRE), ma, invece di dedicarsi allo studio della dialettica del reale PRESENTE (cioé quella di Hegel e del Capitale, per aggiornarne le analisi economiche al tempo odierno), si sono convertiti al gradualismo borghese-riformista, fatto di tatticismi (tipico è il caso dei partiti che vogliono a tutti i costi entrare in parlamento, perché la tattica esige un percorso di avvicinamento GRADUALE al potere). In questo modo si sono preclusi:
a) la possibilità di capire il reale;
b)la possibilità di attuare una dialettica politica della prassi diversa sia dalla dialettica scientifica hegeliana che dalla attuale dialettica politica della lotta (che a mio parere è ormai un'arma ideologica obsoleta, una logica dell'amico/nemico che è superata dai tempi, e di cui antifascismo e antiberlusconismo costituiscono i cadaveri senza vita, mostri incapaci di cambiare davvero la realtà e di dare una risposta ai problemi e alle domande che essa pone oggi).
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